AusonaTellus

AusonaTellus

venerdì 27 marzo 2015

Argentina, chirurgia estetica Salus

"Low cost, high risk (Basso costo, alto rischio) Recentemente valutando le offerte dei LOW COST in Italia e all’Estero e Groupon, abbiamo notato che hanno un comune denominatore: all’estero il 78 per cento delle strutture sono delle vere e proprie “clinichette” low cost poco più grandi di un hotel low cost con annessa sala operatoria in maggioranza, il resto è costituito da ospedali casermoni che accolgono ogni tipo possibile di paziente. Il mercato, poi, è sempre più infettato da agenzie senza scrupoli che puntano solo al guadagno e che non hanno nessun rapporto con il Consolato Italiano. In caso di complicanze, poi, trasbordano il paziente in una struttura pubblica terrorizzate non dai problemi del paziente ma solo e solamente preoccupate dal danno d’immagine. Detto in soldoni sonanti il paziente diventa un peso. Comica la descrizione fattami da una paziente di una clinica all’estero (Questa è il massimo del low cost) dove il papà operava, il figlio faceva da assistente e la mamma l’infermiera. In altre termini una sorta di casa famiglia per pazienti allo sbaraglio. Nel caso di complicanze, ovviamente, la casetta delle meraviglie si trasforma in una casa degli orrori perché bisogna correre in una struttura adeguata e i secondi diventano minuti e i minuti ore. In Italia vigono gli stessi principi per le “clinichette” ma la situazione è diversa circa le motivazioni: spesso il chirurgo e costretto, causa il regime di monopolio delle cliniche, a cercare strutture che non lo “suicidino” a livello di compenso, e spesso, diciamocelo francamente, il medico è colpevolizzato dai pazienti che credono che il professionista, cui si sono affidati, sia di per sé caro mentre sono le cliniche, presso le quali operano, che fanno la parte del leone ed hanno un’incidenza altissima sul costo finale dell’intervento. Il chirurgo, poi, stressato da una concorrenza allucinante accetta di operare in piccole cliniche veramente low cost, sovente a conduzione familiare, al fine di ridurre i costi dell’intervento con le possibili conseguenze del caso Groupon, l’azienda Groupon non è di certo un ente assistenziale. Il professionista deve versare ben il 40 per cento alla struttura stessa. Molte pazienti diranno: Ma io sono stata operata in una clinica piccola e non ho mai avuto problemi, però, posso affermare con cognizioni di causa, che non esiste uno, tra i più dei settantacinque chirurghi amici, che non ho sentito esclamare: “ ho purtroppo avuto una complicanza in una clinica risolta brillantemente mentre se ciò si fosse verificato in una “ clinichetta” si sarebbe dimostrata di una certa gravità”. Detto ciò mi preme porre l’accento, e concludere, che molti pazienti rinunciano a operarsi con noi causa il costo dell’aereo e quello della clinica ma, noi, preferiamo dormire sonni tranquilli e soprattutto assicurare, mi si perdoni il gioco di parole, sicurezza al cliente in una struttura oltretutto dotata di unita coronarica, terapia intensiva e laboratorio interno piuttosto che guadagnare qualche euro in più giostrando sulla sicurezza. Vi prego di scusare i termini, talvolta crudi che ho usato ma la Chirurgia estetica Salus è stanca di essere paragonate a strutture che operano in clinichette (qui in Argentina le chiamano pizzerie) e che ci fanno concorrenza, o perlomeno tentano di farlo, offrendo preventivi di trecento o quattrocento euro in meno senza evidenziare le differenze sostanziali di trattamento che di certo esistono e sono documentabili.

Pillole dal Golfo (49)

Tanto per sorridere un po’ ma … non troppo. Scauri.
“A Scauri una nuova realtà cestistica” Punterà sui giovani del Golfo. “A Scauri nascerà una nuova realtà cestistica, che punterà sui giovani di tutto il Golfo di Gaeta. La notizia è trapelata l’altro giorno negli ambienti sportivi di una città dove la pallacanestro vanta una grande tradizione. Il nuovo club, del quale fanno parte un gruppo di persone del luogo, assumerà la denominazione Fortitudo Basket Scauri.” Questo è quanto scrive, sprecandosi, “Formia Editoriale Oggi” - il quotidiano per il quale, mi dissero personalmente ai tempi in cui si nomava semplicemente “Latina Oggi”, non è strettamente necessario “scrivere in italiano corretto” – alla pagina 41 in alto di spalla a destra. Tant’è! Pur se la notizia, passata completa e pregna di particolari, a Scauri e nel Golfo tutto se non è da prima pagina poco ci manca. Formia. Il nosocomio civile di Formia, che ultimamente abbiamo, per ovvie cause di forza maggiore, frequentato, è di gran lunga migliorato, rispetto ai tempi andati, sotto il profilo della gestione amministrativa e della tenuta dei reparti. La pulizia è quasi maniacale, il rispetto delle norme di ingresso da parte dei soggetti in visita perfetto, quando poi alla competenza degli operatori sanitari non sono in grado di esprimermi ma da soggetto, a cui nel lontano 1995 fu diagnosticata una tracheite cronicizzata e che si ritrovò, di lì a poco, con un triplo by-pass aortocoronarico effettuato d’urgenza in quel di Roma presso lo European Hospital, mi sentirei di ffermare che anche da questo punto di vista siano stati compiuti parecchi passi innanzi. Che poi l’amico fraterno, Ing. Antonio Procino, non sia magari d’accordo, beh!, questo è un altro paio di maniche. Un piccolo appunto circa la tenuta della temperatura interna dei reparti: ragazzi, e di questo ho notiziato telefonicamente (ma come ci sarò riuscito?) anche il sindaco di Formia, dottor Sandro Bartolomeo, vi ricordiamo che siamo nel Golfo di Gaeta e non alle isole baleari. Usate meno i termosifoni e , magari, più l’aria condizionata! Golfo di Gaeta. Ormai siamo terra di nessuno vittime, non tutelate, di italladri, romenscassinatori e albanaggressori. Non sarebbe il caso, soprattutto a Minturno, affrettarsi nel potenziare le “potenzialità”, mi si perdoni il gioco di parole, delle forze di polizia locale?

Marina di Minturno. la Torre D'Antuono (Vox Fabrizio Ruggieri)

La torre con materiale di risulta e ... non è stata cotruita dall'imprenditore Gerardo D'Antonio ( detto Zingareglio ) sua sponte. Ovviamente è abusiva ma essendo un'opera "d'arte"... intelligentemrntr ci si astiene dall'abbatterla. Ma non sarebbe il caso di valorizzarla e renderla patrimonio pubblico. Vero assass...ino alla cultura? La torre, dotata di un fabbricato annesso, si trova a Marina di Minturno in località Peccennone. "Gliu atto degli morti" per dirla in termini paesani, ovvero tra il Monte d'Argento e la foce del Verde Fiume, il Garigliano. "Il Video"

giovedì 26 marzo 2015

Il cucciolo di cane

Il tutto in un nosocomio che non c’è o forse c’è.
Nella mia non breve carriera di cronista, iniziata ben cinquanta anni fa, ed in quella di blogger, iniziata agli albori del web, di contrattempi, leggi querele, ne ho subite e tante anche se brillantemente superate. Ma ora, che ho raggiunto l’età della ragione, laddove pur sicuro delle fonti non potrei, per ovvia omertà altrui, dimostrare la tesi da me sostenuta preferisco aggirare l’ostacolo. Ed allora vi racconterò una storia che non è una storia, un episodio accaduto realmente che non è accaduto, in un ospedale che esiste ma non esiste in una città che non è una città ma che è una città che … non c’è. O forse c’è. La giornata è uggiosa, il freddo ponente, mitigato dal baluardo imponente del monte Pietrella, ha ceduto il passo ad un caldo ed umido scirocco. Fuori, all’aria aperta, fa un caldo boia ma all’interno del nosocomio, termosifoni a palla, il clima è addirittura tropicale: sudano, si lamentano ed imprecano impiegati, infermieri e pazienti. I primari, gli aiuti, i medici soldati semplici e gli specializzandi si difendono con tutine di tessuto leggero e naturale dal taglio all’ultimo grido. Il colore va dal verde pallido, al verde carico al bianco passando per le classiche cinquanta tonalità di grigio. C’è una vigilanza all’ingresso principale, non c’è all’ingresso secondario quello che dà sulla carrabile che dalla città che non c’è porta alla frazione collinare che non c’è ma forse c’è. La giovane donna ha con sé un marsupio e dal marsupio spunta una testolina. No non è quella di un cucciolo d’uomo ma quella di un minuscolo volpino a pelo d’orato. Dribbla la vigilanza – probabilmente usa l’ingresso secondario di cui sopra – e raggiunge il reparto di nefrologia e medicina generale al primo piano. Fa per entrare, nessuno la ostacola ed anzi un medico, in tutina bianco latte ed immacolata, accarezza teneramente la testolina di quello che probabilmente scambia per un giovane prossimo paziente. Io sono là, all’ingresso del reparto ove mia moglie sta lottando, con scarse probabilità di farcela, contro un male terribile e mi incazzo come un turco che ha appena ingoiato, inavvertitamente, un narghilè alimentato ad hascisc . Serafica la giovinotta controbatte che lei vuole solo entrare in reparto per chiedere ad un infermiera se è possibile introdurre il cucciolotto visto che orario di visita ai pazienti. Mi incazzo come un turco che abbia appena ingoiato, inavvertitamente, non un o ma due narghilè alimentati ad hascisc . Consulto il dottore, o è un primario, di cui sopra e lui risponde che non è delegato a prendere a calci nel posteriore l’inqualificabile ragazzotta. Avviso un infermiera e lei sì va su tutte le furie. Vorrebbe azzannare per la gola, lei che con i dializzati ha dimestichezza e ne conosce le sofferenze, la chiattoncella con il suo marsupio colmo di … cane. Ma lei, la giovinotta sovrappeso, nel frattempo s’è data. Questa è la storia che non è una storia, vissuta in un nosocomio che non è un nosocomio allocato in una città che non c’è – o forse c’è – alla falde di un alto monte, oltre 1.300 metri, a qualche chilometro di distanza da un mare che non esiste. O forse c’è?

mercoledì 25 marzo 2015

Minturno, dedicata a EnolloJ alias Jollone

Sei un rompimaroni di categoria superiore. Uno di quegli scassaombrelli che certo non si trovano alla Conad od alla Coop. Mi perseguiti, mi offendi, tenti di ridicolizzarmi ma poi affermi che non ti sto sui maroni. Certo sei un ossimoro vivente e per questo, pur facendo tu il madonnaro - ti conosco mascherina! - mi stai simpatico. Ma una cosa posso chidertela, visto che in fondo in fondo ci siamo simpatici, non darmi del "suino", ovvero del "termale", ovvero dell'abitante di Suio Terme o Forma che sia. Sappilo e fattene una ragione: io sono nato a Scauri, in un appartamento di Felicina Sosta per Tutti, nell'ormai lontano 1947. In questo paese ci sono cresciuto e ci vivo da una vita. Ho fatto anche il chierichetto - probabilmente prima che tu ti dedicassi alle madonne ed a Paolo Graziano da via Boari -, in questo paese ho studiato (per la verità medie e liceo li ho frequentati a Formia) ed ho messo le basi per il mio modesto titolo di studio. Questo paese lo odio e lo amo (apprezzi la citazione?) e rompo i maroni a tutti. Sono un uomo libero, non ho padroni, scrivo da una vita e quelli come te mi attizzano perché, per dirla con qualcuno, spero, di comune conoscenza: "molti nemici, molto onore". E non sottolineare che colui a cui alludo non ha fatto altro, nel ventennio, che riciclare un'esclamazione già vecchia di secoli. Mi manchio EnolloJ, anche se ti preferivo come Jollone, e ti prego fatti vivo ché io intercedo per te presso l'amico fraterno Salvino Caruso di concederti, almeno nei miei confronti, "commento libero". Tuo Michele Ciorra

martedì 24 marzo 2015

Pillole dal Golfo (48)

Tanto per sorridere un po’ ma … non troppo.
Scauri. L’attuale Basket Scauri USD, che non sta per Unione Sportivo Di Cola ma per Unione Sportiva Dilettanti, è, ci dicono, incazzatissima nelle vesti degli indomiti leoni che la governano. Il motivo l’aver semplicemente noi, modesti blogger e non celebrati cronisti di eventi sportivi né tampoco addetti stampa di facile eloquio, chiesto delucidazioni sulla composizione societaria, vera, dell’attuale società sportiva. Certo chiedere delle delucidazioni per una pirlata in un paese dove è impossibile chiederle per ammazzamenti vari – leggi Salvatore Rotondo e Sabato, detto “o guardiano”, Peluso – è evidentemente reato di lesa maestà. Una nota e non per portare sfiga: non dimentichino gli indomiti leoni che guidano l’USD delfinoide – il cui logo, lo sappiano, è di mia “proprietà intellettuale”- che l’indomita ed invincibile fiera lunghi crinita, in quel di Libia, non ha fatto una bella fine! Vero dottor Antonio A.S. Cuomo? Formia. Siamo un popolo d “chiagnicotti” portati a lamentarci tanto per e spesso lo facciamo anche laddove non è assolutamente necessario. E’ il caso dell’ospedale “Dono Svizzero” di Formia che in questi giorni sta, a me ed alla mia famiglia, mostrando il suo lato migliore fatto di professionalità, competenza, efficienza e disponibilità da parte del personale tutto. Un unico neo: all’interno termosifoni a palla e più che a Formia sembra di essere in un paese caraibico dal clima umido e torrido. Scauri. Michele Ciorra non dimentica e non perdona e non si illudano coloro che impunemente con arroganza e cattiveria cercarono negli anni addietro, anche attraverso una giustizia lenta ed inefficace, di farne strame. Michele Ciorra non dimentica e seduto, come il classico cinese, sulla sponda del fiume Giallo aspetta che passi il cadavere del suo nemico. Loricati e lunghi criniti lo abbiano sempre a mente! Minturno. A proposito di via Antonio Colacicco. Se ne sono dette tante ma tante anche se sembra che ad Antonio Colacicco, uomo poltico socialista minturnese di un certo spessore e padre dell'attuale vicesindaco, venga titolata NON via S.LUCIA ma un TRATTO di strada che da via S:LUCIA, appunto, porta un appezzamento di terreno dove è stata costruita edilizia popolare e residenziale. E se non andiamo errati l'edilizia residenziale venne costruita anche da una cooperativa di ferrovieri. Questo per la VERITA'. Che poi la cartellonistica sia stata collocata in modo così becero, ci dicono, da ingenerare confusione è un altro paio di maniche..

Deep Web: cosa è e come navigarlo

Il web che, a molti, fa paura.
Sui media in genere, ma in particolare in TV e sui giornali, si sente sempre più spesso ciacolare di Deep Web, ma di cosa si tratta ad esser precisi? Per dirla terra terra, il Deep Web è una parte di Web “nascosta” in cui vengono svolte una miriade di attività, da quelle più discutibili e illegali (quali vendita di documenti falsi, forum per pedofili) ad altre molto più “sane”. Sono dunque dei siti “fantasma”, che non si reperiscono facendo delle normali ricerche in Google o in altri motori di ricerca e che possono essere visitati solo sfruttando la rete di “anonimizzazione” TOR. TOR (acronimo di The Onion Router) è un sistema di anonimizzazione gratuito che permette di nascondere il proprio indirizzo IP e la propria identità in Rete facendo ”rimbalzare” la connessione fra vari computer sparsi in ogni pizzo del mondo e, contrariamente a quanto si possa pensare, è molto facile da usare ed oggi ve lo dimostrerò spiegandovi come accedere al Deep Web per sfruttarne le sue potenzialità. Per entrare nel Deep Web bisogna scaricare sul proprio computer il browser di TOR, ovverosia una particolare versione di Firefox / la Volpe di Fuoco) configurata in modo tale da collegarsi alla rete TOR senza interventi particolari da parte dell’utente. Per farlo basta collegarsi al sito Internet di Tor Browser Bundle e cliccare sul link 32/64-bit collocato accanto alla voce Italiano (it) (nella colonna Microsoft Windows). A download completato basta aprire, facendo doppio click su di esso, il file appena scaricato (es. torbrowser-install-4.x.x_it.exe) e, nella finestra che si apre, cliccare prima su OK e poi su Sfoglia. Seleziona dunque indicare la cartella in cui estrarre Tor Browser e premere su Installa per completare l’operazione. Fatto ciò si va nella cartella in cui è stato estratto Tor Browser, si avvia il collegamento Start Tor Browser e si clicca sul pulsante Connetti. Tempo qualche secondo e si aprirà la versione modificata di Firefox configurata per navigare nel Deep Web. Il resto l è di facilissima intuizione e per navigare online basta digitare un indirizzo nella barra della URL del browser o cliccare su un link già preddefinito. Al termine della navigazione nel Deep Web (web nascosto) ci si può disconnettere da Tor, e cancellare automaticamente tutte le tracce delle attività online, chiudendo Tor Browser. Basta cliccare sul pulsante con la x in alto a destra ed il gioco è fatto. Se utilizzi un Mac, puoi scaricare Tor Browser collegandoti al sito Internet del programma e cliccando sul link 32-bit collocato accanto alla voce Italiano (it) nella colonna Mac OS X. A download completato basta aprire, facendo doppio click su di esso, l’archivio appena scaricato (es. TorBrowser-4.x.x-osx32_it.dmg) e trascinare l’icona di TorBrowser nella cartella Applicazioni di OS X. Avviare infine l’applicazione TorBrowser ed attendere che parta il browser. Anche in questo caso, non ci sono configurazioni particolari da affrontare. Come già detto in precedenza, i siti che compongono il Deep Web non possono essere trovati con delle semplici ricerche su Google. Questo significa che devi avere dei punti di partenza alternativi per trovare tutte le risorse nascoste di questo mondo. Uno di questi è sicuramente Hidden Wiki, un sito collaborativo in cui gli utenti del Deep Web, provenienti da tutto il mondo, postano link a siti nascosti di ogni genere. I link sono suddivisi per genere e lingua e si può trovare davvero di tutto: dai negozi ai siti per lo scambio di file in maniera sicura. Un altro sito molto simile a Hidden Wiki, con link forniti dagli utenti, è Onion URL Repository. Esiste anche un motore di ricerca per il Deep Web denominato Torch, che allo stato attuale dovrebbe indirizzare oltre 118mila pagine del “Web sommerso”. Consultateli e nelle loro pagine troverete sicuramente il meglio del Deep Web. Il Deep Web è, ovviamente, accessibile anche dai dispositivi portatili, come smartphone e tablet e basta utilizzare le applicazioni giuste e configurarle in modo che stabiliscano una connessione alle rete Tor. Tutto qua. Notizie acquisite dal portale di Salvatore Aranzulla

lunedì 23 marzo 2015

Prefazione ai miei “Racconti brevi”

Pubblicati su www.amazon.com e www.lulu.it.
Io non amo parlare di me, pur essendo e questo è indubbio, un egocentricio e meno che mai amo parlare delle mie cose. Lo dimostra il fatto che credo che ben pochi sappiano che amo scrivere, da una vita, brevi racconti alla Carver e saggi. Ebbene dopo oltre 5 decenni dal mio primo racconto ho deciso di venire allo scoperto pubblicando sul web le mie cose. Ho avuto e avrò successo. Non ne sono affatto certo ma che l’amico fraterno, prof. Enrico Bruno, butti giù, sua sponte, questa prefazione per la mia piccola cosa, Racconti brevi, mi inorgoglisce. “Prefazione La raccolta dei “Racconti brevi” di Mi.Cio. include storie di diverso genere, scritte in periodi diversi, da quando il Nostro era giovane fino a oggi. C’è da notare preliminarmente che, salvo qualche isolata incursione nel proprio vissuto, l’Autore non si lascia tentare dal racconto autobiografico: quando lo fa, riesce comunque a rimanere quasi narratore esterno prendendo le distanze dalle vicende narrate e guardandole con un certo disincanto. E’ vero, altresì, che molti dei personaggi dei racconti rappresentano indirettamente il carattere stesso dello scrittore, con la sua arguzia, la battuta pronta, la capacità di guardare alla realtà con quell’occhio critico capace di cogliere nella realtà stessa tutto ciò che può apparire paradossale, assurdo. Ritornando all’atteggiamento dell’Autore, si può dire che il punto di vista con cui sono presentati i fatti e le situazioni è, prevalentemente, a focalizzazione esterna. Egli ne sa sicuramente di più di quanto ne sappia qualunque personaggio e tale atteggiamento risulta prevalente nella raccolta collocando alcuni racconti, forse la maggioranza, nel genere del realismo, altri in quello del giallo thriller. Le narrazioni sono ben costruite: esse, per lo più, partono da una situazione iniziale il cui spunto può essere dato da un fatto di cronaca oppure sono di pura invenzione, al limite del fantascientifico; la vicenda narrata procede con lo svolgimento della situazione e con l’eventuale rottura dell’equilibrio introdotto inizialmente e sfocia in un finale che rappresenta spesso una sorpresa, sovverte l’ordine che il lettore si aspetta, squarcia con ironia il velo che molte volte non consente di penetrare a fondo nelle cose. La rottura dell’equilibrio può volgere verso una soluzione positiva, come del caso dell’imprecazione per il ricovero effettuato per errore o in negativo, con la morte del protagonista,che si ha, per esempio, con l’uccisione del boss della camorra o nella caduta del personaggio dalla finestra d’ospedale con un piccolo volatile stretto in mano. La lettura dei “Racconti brevi” procede in modo agevole in virtù di un sicuro possesso della lingua da parte dell’Autore che solo apparentemente sembra usare un registro colloquiale mentre, in effetti, la chiarezza e la facilità linguistica dipendono da una fondata e personale rielaborazione della cultura classica e moderna, da Orazio a Giovenale da Balzac a Flaiano. Le scelte lessicali non sono mai approssimative, ma puntuali ed efficaci ed anche qualche inserimento di espressioni gergali o di imprecazioni, trovano adeguata collocazione, al di là della facile indulgenza verso modi di dire popolari.”

domenica 22 marzo 2015

Pillole dal Golfo (47)

Tanto per sorridere un po’ ma … non troppo. Minturno & Scauri. Una volta a Scauri e Minturno vi erano anche, oltre alle ancora esistenti stazioni dei Carabinieri, anche caserme dedicate alla Polizia e, soprattutto, alla Guardia di Finanza. Questo comune, malgrado i suoi non pochi problemi di infiltrazioni camorristiche e delinquenza locale, era pur sempre un paese vivibile. Poi vennero chiuse le stazioni della Polizia ( o forse questa non c’è mai stata?) e quella della Finanza ed, ora come ora, il comune di Minturno è diventata terra di nessuno alla completa mercé della piccola delinquenza locale e d’importazione. Soprattutto albanese, romena, casertana e napoletana. E lo dimostrano gli ultimi episodi di violenza privata perpetrata ai danni di anziani coniugi, anziani soli e privati onesti cittadini che hanno avuto, ed hanno, l’unica colpa di parcheggiare la loro auto non in un garage. Scauri. L’attuale Basket Scauri USD, che non sta per Unione Sportivo Di Cola ma per Unione Sportiva Dilettanti, è una società a “numero chiuso” a differenza di quando accadeva nei tempi d’oro della serie B a livello nazionale quando si poggiava su una sorta di azionariato popolare fatto di contributi volontari e “questue” fatte negozio per negozio, casa per casa. Tutto regolare, per carità, ognuno opera come meglio crede ma quando, caro A.Lep., ci si presenta presso un pubblico esercizio per chiedere un contributo per il “giornalino” e questo viene rifiutato non ci si deve … incazzare. O sbaglio? P.S. Ed ora riquerelami. Tanto! Formia. Se Atene, Scauri, ove un plesso scolastico elementare viene chiuso per alcuni giorni non ride; Sparta, Formia, da par suo, piange di brutto perché il suo mega parcheggio, quello detto delle poste, resterà chiuso, per motivi di adeguamento dell’impianto antincendio, per altri venti giorni. Con la fame di parcheggi che c’è nella tarocca città di Cicerone ci viene da ridere come da ridere sicuramente viene a quei gestori di strutture private che, giustamente, pregustano incassi a cinque stelle. Gaeta. Mentre a Civitavecchia verrà effettuato anche l’imbarco delle auto prodotte dalla Fiat di Cassino a Gaeta si continueranno, alla faccia della pubblica salute, solo merci polverose. Siamo proprio caduti dalle stelle alla … polvere e non certo a polvere di … stelle.

Ce la faremo piccola

Ce la faremo Piccola/ sarà un lunga guerra ma/ ce la faremo./ Dio è grande, Piccola, ed io/ coltiverò quella pianta/ che si chiama speranza/ con le mie lagrime./ Ora lagrime di dolore ma/ domani, al più presto/ lagrime di gioia./ Non ti abbandonerò, Piccola!/ sarò sempre al tuo fianco/ oggi nel dolore immenso/ che ci attanaglia/ domani nella gioia sperata/ che un Dio giusto/ non ci negherà./ Perchè è cosa buona/ e giusta che sia/ così,

Vivo per te

Io leone guerriero/ vivo per te mia leonessa/ ferita./ Vivo per te ed insieme vinceremo/ la dura lotta contro il mostro/ infame./ Viviamo per noi,/ per le nostre figlie,/ per i nostri cuccioli d'uomo. Mi.Cio

sabato 21 marzo 2015

Il bidone (Racconto breve)

Avere cinquanta anni per un ex militare è difficile ma per Marco Bonelli di più. Il suo passato da ex militare lo induce ad essere severo soprattutto con sé stesso e da un peso, non forma, di circa 140 chilogrammi è sceso a 120 con un duro percorso iniziato a 45 anni utilizzando chirurgia e sport. Di dieta manco a parlarne visto che amava troppo il cibo così come amava frequentare i ristoranti nella terra dei companeros nella quale si era trasferito per motivi di lavoro. Ma a Milano, dove aveva un patrimonio immobiliare non indifferente, erano le sue radici. Da Milano, una mattina tranquilla e gelida di gennaio, squilla il cellulare e lui si ritrova ad ascoltare una voce familiare, una voce che, ormai, sentiva poche volte l’anno: la figlia ventottenne, Giulia, che era al secondo anno di specializzazione in chirurgia plastica all’università di Milano. La bambina, per lui sarebbe stata sempre una bambina anche se avesse avuto quaranta anni, piangeva e diceva che un professore, tal Giorgio Buzzi, la molestava e, a fronte di un buon voto. voleva una sola cosa da lei. Come da altre sue coetanee carine. E la cosa che il buzzicone volesse è facile immaginarla. Marco non si scompose chiese a sua figlia il nome delle altre ragazze e si fece comunicare i loro numeri telefonici per controllare se tutto corrispondeva al vero e non perché non si fidasse di sua figlia, ma perché per deformazione professionale controllava sempre tutto e tutti. Ed appurò che le cose stavano così come Giulia le aveva raccontato. La cosa lo mandò letteralmente in tilt e quella notte non riuscì a chiudere occhio pensando alle contromisure da adottare. E trovò la soluzione: la “”cura”” del bidone che aveva appreso da un vecchio suo commilitone, Dario. Decise di ritornare in patria, sollevò una piastrella, creata ad hoc nella sua camera da letto, prelevò 20.000 dollari e parti per l’Italia. A Milano non fu difficile rintracciare il porco e poi lui si era portato con sé Jose, detto il Cutillo (il coltello). Alla Malpensa trovò, ad attendere lui e José, Dario che aveva già organizzato tutto: un appartamentino in fondo a viale Certosa con il box preso in affitto e un furgone con apertura laterale. La cosa più importante poi un bidone di quelli che si usano per contenere olio motore da circa 200 litri. Vuoto e bello e pulito. Non fu difficile “”prelevare”” il professore e caricarlo sul furgone mostrando lui una Beretta 7,65 esibita da Dario come una protesi, naturale, della sua mano. Il porcone venne portato nel garage dopo essere stato nastrato sulla bocca e colà gli venne spiegato che, una volta entrato nel bidone, avrebbe trovato pane ed acqua e che il bidone, per ventiquattro ore, sarebbe stato la sua … casa. Il professore ascoltò terrorizzato le parole dei suoi sequestratori e scoppiò in un pianto dirotto. Ma non provò neppure un attimo a ribellarsi ben capendo che le eventuali reazioni dei suoi … sequestratori avrebbero potuto avere conseguenze altamente imprevedibili. Chiuso il bidone, munito di pertugi che permettevano all’aria di entrare, ed isolatolo contro tutti i rumori esso fu lasciato per ben ventitré ore nel box. Il giorno dopo venne caricato sul furgone e scaricato vicino al cimitero di Musocco alla fine di Viale Certosa. Non fu necessario spiegare al vecchio pervertito il motivo del raid ma gli fu raccomandato di giudicare, per il futuro, le sue allieve solo per i loro meriti. Il che sarebbe stato buono e giusto. Poi il bidone venne aperto. Di lì a dieci minuti una pattuglia del commissariato Certosa vide questo uomo uscire dal bidone e gli chiedendogli cosa fosse successo. Il professore, che ben aveva appreso la lezione, rispose che non era successo niente di eclatante e che era stato vittima di uno scherzo di vecchi amici e colleghi di università. All’università, manco a dirlo, da quel giorno tutto ritornò alla normalità ed a “vincere” ritornarono ad essere le allievi … meritevoli.

Minturno, Cistrelli provvedimento tampone

Decisione salomonica.
Approfittando, anche, del fatto che i giovani virgulti nostrani che frequentano la scuola elementare di via Italo Balbo il lunedì si recano, per attività ludiche, presso il plesso dell’istituto comprensivo dedicato (sic!) di recente a Marco Emilio Trombone Scauro, con un ordinanza del sindaco, Paolo Graziano, è stato deciso di ospitare in quella sede i giovani scolari, ormai a casa da una settimana, del plesso “Cristoforo Sparagna” ( e non “Gennaro Sparagna” come ebbe a scrivere quell’ignorante di … Michele Ciorra). Irrisolto, invece, il problema dei più giovinotti, quelli che frequentano la materna e che … resteranno a casa. L’istituto di via Cistrelli, completate le operazioni di derattizzazione e pulizia interna nonché il posizionamento di zanzariere ed ammennicoli vari, dovrebbe riaprire il 26 marzo, fermo restando il fatto che i tempi di realizzazione degli interventi vengano rispettati. A tal proposito c’è però da rilevare che i rappresentanti dei genitori, da noi interpellati nella persona di Fulvio Di Nora, hanno esternato tutto il loro scetticismo circa e la bontà della soluzione ed il rispetto dei tempi preventivati per le opere di bonifica. E considerando come procedono le cose qui a Minturno chi se la sentirebbe di dar loro torto?

Il cancro questo … conosciuto

La mia peregrina (?) tesi.
Sul cancro ho sempre avuto ed ho una mia opinione convinto come sono che non trattasi di una malattia vera e propria, e per questo poco curabile, ma semplicemente del tentativo di alcune cellule, cancerose appunto, di evolversi sulla spinta di stimoli esterni. Secondo una mia opinione che anche qualche amico medico non giudica peregrina tutte le nostre cellule sono fornite di uno switch , interruttore, che, per cause oggi forse facilmente spiegabili, viene, in moltissimi casi, attivato. Le cellule, quelle il cui interruttore viene aperto, a questo punto iniziano a proliferare nel tentativo di adattarsi a nuove condizioni ambientali e di vita ma lo fanno, o cercano di farlo, in tempi brevissimi a danno delle cellule che ancora si crogiolano nella loro …normalità. Cosa fare, vi chiederete voi miei dodici affezionati lettori? Non vi è cura allora? Io propendo per il no e sono arciconvinto che alle neoplasie si sopravvive, o meglio con le neoplasie si convive ma da esse, in quanto non malattie, non si guarisce. La soluzione, oltre alle “cure” allo ed omeopatiche oltre che alla chirurgia, consiste quindi a mio modesto parere nel ridurre il contatto con quegli agenti esterni che “provocano” lo switch e lo costringono ad … aprirsi. Un’ultima considerazione : in molti casi le neoplasie provocano anche danni di “immagine” ma la chirurgia estetica ha fatto passi da gigante e le “riparazioni” sono ormai prassi consolidata. E sempre che, non si voglia essere d’accordo con l’oncologo Veronesi che, di recente, ha dichiarato che “Dopo Auschwitz, il cancro è la prova che Dio non esiste”, non bisogna che sperare e fidare nel fatto che la medicina ha fatto e sta facendo passi da gigante. Ovviamente non c’è da sottacere anche il fatto che c’è chi sostiene, e taluni ritengono che sia scientificamente provato, che il tumore sia un “fatto” genetico e pertanto trasmettibile dai genitori alla loro progenie ma ciò, sia detto per inciso, a mio avviso non inficerebbe la validità della mia ipotesi. E se sbaglio “corrigetimi”!

venerdì 20 marzo 2015

Marina di Minturno, di sabato Peluso e del suo assassinio

Godetevi e gustatevi questo filmato. Ascoltate e metabolizzate con attenzione le parole pronunciate da una voce calda e suadente quale quella di Nello Peluso e meditate gente, meditate ché c'è più verità in quelle parole che in tanti servizi pseudogiornalistici dell'epoca ed attuali. Di Sabato Peluso, detto Sabatino o anche "'O guardiano" all'epoca del suo ammazzamento - credo corresse l'anno di grazia 1984 - si disse e si scrisse di tutto e di più ma, forse, non si scrisse e non si disse la verità vera che è molto più semplice di quella ipotizzata. E Nello lo afferma a chiare lettere. Video

Pillole dal Golfo (45)

Tanto per sorridere un po’ ma … non troppo.
Scauri. E’ così pieno di sé, arrogante, incolto e presuntuoso, nonché un vero prezzemolino buono per tutte le salse che del senso della misura ne fa letteralmente strame. Non perde occasione per mettersi in mostra ed esibirsi ed anche quando compie atti del tutto … normali sfora sempre il limite del buon gusto. Un esempio? Tempo fa ha aperto un negozio di generi alimentari e come credete che lo abbia chiamato? “Generi alimentari”, “Alimentaria” o similmente? Manco a dirlo l’ha chiamato “Accademia del Gusto”. Trivio di Formia. “Avevano realizzato senza concessione edilizia varie strutture in cemento armato per complessivi tremila metri cubi di volumetria e modificato completamente uno degli edifici già presenti nell’area, cambiando, quindi, la destinazione d’uso.” Questa la storia, non di uno di noi, ma de l ristorante “Oasi belvedere”, situato nella frazione Trivio di Formia in una zona collinare dal panorama mozzafiato. Si fosse atteso ancora qualche anno ci saremmo trovati in presenza di una Trivio 2! Scauri. Domenica prossima (ovvero domani 22 aprile 2015), stando ai si dice, le autorità cittadine, con la presenza di tromboni, trombe e controfagotti, celebreranno un evento storico per lo sport locale: la vittoria del Basket Scauri USD - che non sta, come si potrebbe pensare, per Unione Sportiva Di Cola ma per Unione Sportiva Dilettanti – con la distribuzione di ricche medaglie e cotillon. Si vocifera addirittura di un giro, per la strade della città, della squadra sul classico pulman a cielo aperto. Tutto ciò mentre il volgo, al di là dei comunicati stampa ufficiali, si chiede, per curiosità e solo per pura curiosità, chi ci sia alle spalle di una società che, sulla carta, appare oltremodo debole...finanziariamente. Pantano arenile Marina di Minturno. L’amico N.P. lo ha raccontato, lo ha ammesso e lo ha sottoscritto: “mio padre era un delinquente di buon calibro ma continuo a chiedermi: come può essere morto nel suo letto il di lui assassino, tra l’altro, autore di altri due omicidi?”. Se lui se lo chiede noi non possiamo non essere d’accordo. E non possiamo non essere d'accordo nel chiede come in spregio ad ogni norma di ordine pubblico si sia permesso di vivere, ad un trplice assassino, nel luogo dove aveva perpretato il suo terzo ammazzamento. Vorremmo a quetso punto che qualche autorità preposta ci dia una risposta chiara ed inequivocabile.

giovedì 19 marzo 2015

Scauri, scuola elementare “C.Sparagna”, escrementi di topi, ragnatele e cadaveri di insetti

Quando la superficialità la fa da padrona.
L’istituto elementare di via Cistrelli, a Scauri, è da tempo chiuso e questo perché, a seguito delle veementi proteste dei genitori dei piccoli ospiti dello stesso, si è appurata la presenza, nei locali dell’edificio, di escrementi di topi. Irritati ogni oltre limite, per non dire “incazzati neri”, i di cui sopra, ovvero i genitori degli alunni, hanno chiesto ed ottenuto che una delegazione di assessori comunali, nelle persone di Fabio Saltarelli e Luca Salvatore, partecipassero,ieri mattina, ad una sorta di sit-in nei pressi dell’edificio titolato a C.Sparagna. Dopo uno scambio di battute, anche velenosette, si è passati ad un sopralluogo all’interno del fatiscente, a nostro giudizio, edificio e qui la sorpresa: non solo escrementi di topi, o pantegane?, ma anche ragnatele ed insetti morti mentre è stata appurata l’assoluta “mancanza di igiene in tutti i locali” il che sarebbe forse dovuto al fatto che non esisterebbe una ditta a cui sarebbe stato affidato l’appalto delle pulizie dell’edificio. Nella mattinata stessa, o nel primo pomeriggio, una delegazione di incavolatissimi genitori ha consegnato al responsabile del Dipartimento di Prevenzione ASL, di Marina di Minturno, una nota di protesta ottenendo che entro oggi, 20 marzo 2015, venga effettuato un ulteriore ed ufficiale sopralluogo. La nota è stata poi inviata, per conoscenza, al Prefetto, al Sindaco ed al Dirigente Scolastico nella persona di Maria Rosaria Graziano, dirigente che sarebbe stata notiziata da tempo delle condizioni in cui versava e versa l’edificio. Anche il Comune, nella persona dell’assessore Fedele Vincenzo, ci viene riferito, sarebbe stato informato in data 12 marzo. Dicevamo che i genitori dei giovani ospiti delle sozze, ci dicono, aule dell’edificio sono incazzatissimi con la dirigenza ed il suo staff perché ben difficilmente questi, dirigente e staff, avrebbero mostrato interesse a confrontarsi su problemi di tal portate con delegazioni genitoriali. Anzi. Si sa per certo, inoltre, che avrebbero effettuato, sollecitati, interventi di controllo Vigili Urbani, rappresentanti della ASL locale e deilla Stazione di Carbinieri di Scauri mentre un delegato dei genitori avrebbe avuto un colloquio informale con il comandante la tenenza di Carabinieri di Formia che avrebbe assicurato il suo interessamento. Intanto, va sottolineato, il Comune sta dimostrando la propria disponibilità alla risoluzione del problema con l’affidamento delle pratiche di derattizzazione dell’edificio ad una azienda specializzata nl settore. E che il buon Dio la mandi buona soprattutto ai giovani e giovanissimi utenti dell'ormai famigerato edificio! Video

Pillole dal Golfo (44)

Tanto per sorridere un po’ ma … non troppo. Marina di Minturno. I guai e le cazzate non vengono mai da soli e sembra che, sulla scia del … successo avutosi in quel di Scauri con il cambio della guardia, nell’istituto comprensivo locale, da Ferdinando Fedele a Marco Emilio Scauro anche qui, a Marina di Minturno, si voglia passare da Angelo De Santis a Francesco Maria Pratilli. Quando si dice la celebrazione di un taroccatore di professione! Ed, ovviamente, il tutto mentre si “mantrescherebbe”, in lingua albionica, “Petrillli, Petrilli, Petrilli , Francesco Maria Petrilli is my school. Go, go, go!”. Minturno. L’apicale dei lavori pubblici è andata in pensione per raggiunti limiti di età dopo un primo tentativo, imposto quello, ed andato a male. Ma sembra che la dolce “Aucegliuccio” non voglia fare carte e, per mantenere la cadrega ancora per qualche anno, sia decisa a ricorrere agli italici tribunali. Starete a vedere, cittadini minturnioti, che anche questa volta ci toccherà pagarle i danni! Scauri. L’istituto scolastico di via Cistrelli è stato chiuso, dopo reiterate proteste da parte dei genitori degli alunni, perché sono stati rilevati escrementi di pantegane o toponi qual dir si voglia. Ebbene, la notizia è di fonte certa, dopo un sopralluogo effettuato dagli stessi genitori, alla presenza dell’assessore alla P.I. Luca Salvatore, sarebbero state rilevate, oltre alle cacchine, anche ragnatele e carcasse di insetti passati a miglior vita. Il che non accadrebbe negli istituti del capoluogo e delle altre frazioni che sono sotto la giurisdizione di altro dirigente. Scauri litorale. Certi giorni a fare jogging sul lungomare di Scauri, a Marina decisamente meno, sembra di essere nella Terra dei Fuochi. E’ vero che per lo più si tratta di radici e foglie di posidonia o di rametti trasportati in loco dalle correnti ma, sovente, dalla puzza che questi improvvisati falò emanano sembrerebbe che nel mucchio ci sia anche qualcosa di meno nobile. Formia. Usano Facebook per mettere alla berlina l’operato della Benemerita. Due ingenui giovinotti formiani, ingenui invero ma anche un po’ pirlotti in quanto evidentemente ignorano che i social-network vengono continuamente monitorati , e si ritrovano denunciati per vilipendio alle forze armate. Eppure è convinzione comune che le giovani generazioni con il mondo virtuale ci starebbero, come si dice dalle mie parti, “c…o e cucchiara”

mercoledì 18 marzo 2015

Alle falde di Gomorra (Versione aggiornata)

La storia dei luoghi e la guerra di camorra nel Sud Pontino. Gli anni novanta, gli anni di fuoco. Prefazione Il titolo “Alle falde di Gomorra”? Il richiamo al celebratissimo e fortunatissimo romanzo verità dello scrittore partenopeo, Roberto Saviano, è chiaramente voluto perché il toponimo della notissima città mesopotamica, nella memoria pur delle persone meno erudite in quanto accomunata per vizi e non virtù alla “gemella” Sodoma, è ormai sinonimo di Camorra. E con Gomorra si identifica geograficamente proprio quella parte di territorio campano, in provincia di Caserta e Napoli, che si estende dalla riva sinistra del Garigliano fino alle pendici del vulcano in sonno che domina la metropoli fondata dalla mitica sirena bicaudata Partenope. E’ noto che il Golfo di Gaeta, quel meraviglioso lembo di provincia laziale in cui si verificarono gli avvenimenti che mi accingo a narrare, è immediatamente contiguo ad essa, la Gomorra di Terra di Lavoro e non solo, e da essa diviso mercé il frapporsi a mo' di fragile baluardo del verde fiume caro a Virgilio, il Garigliano. L'estremo lembo del Sud Pontino, malgrado sia ancora non allo stremo, si avvia a diventare, fatalmente “favorito” dalla collocazione geografica e scontate infiltrazioni camorristiche, che hanno avuto inizio ben prima degli anni settanta, e delle violenze inflitte al territorio - abusivismo edilizio e discariche di mondezza, rifiuti speciali e tossici – la vera e propria anticamera di quell'inferno che oggi è la regione confinante. Alle falde perché così come scrive Saviano la quantità di immondizia occultata nel sottosuolo della terra dei Borboni, del Vesuvio e della monumentale Versailles vanvitelliana – la Reggia di Caserta – darebbe origine, ove fosse riportata alla luce del sole ed accumulata a vista, ad una montagna superiore in altezza all'Everest. Notoriamente ed inoppugnabilmente considerato il tetto del Mondo. E' veramente triste, è orrendo ma siamo in una fase tale della vita del nostro territorio che, ove non si intervenga in modo serio e non con provvedimenti tampone avvicendantisi ciclicamente ad intervalli regolari e dal non vago fine elettoralistico, è fatale che il cancro che sta di già suggendo le energie vitali di questa terra continuerà ad espandersi. E lo farà fino a che si toccherà un punto di non ritorno tale che non vi sarà apoptosi indotta che tenga o altra cura per arrestare la crescita ed il radicarsi definitivo, è già in corso d'opera, delle metastasi anche ben oltre i confini di nord-ovest del Golfo di Gaeta medesimo. Ciò premesso ed avendo solo da qualche giorno terminato di pascermi delle pagine del libro dello scrittore partenopeo – lo acquistai non appena si affacciò nelle librerie dove era giunto in pompa magna accompagnato da recensioni giornalistiche entusiastiche ma “qualcosa”, sono un “Cancro”, mi aveva allora “consigliato” di non leggerlo quasi perché dovessero rimanere in me le emozioni forti e positive suscitate dall'aver fatto mie “toto corde” gli scritti dei critici di settore– non posso esimermi, e non per pormi quale classico Bastian contrario per solo partito preso, dall'affermare di essere uscito dai capitoli del volume letteralmente basito e deluso poiché esso non mi ha né colpito a mo', come mi aspettavo, di buon destro, sferrato al plesso solare da un pugile di livello sia pur modesto, né scandalizzato per la sua presunta crudezza e racconto di verità rivelate che noi suoi “conterranei” non già conoscessimo. Anzi! Il dubbio forte che il nostro eroe abbia detto solo e solamente di cose già nella conoscenza di chi, lo ribadisco, questi luoghi li abita da più di qualche lustro e da ben prima della sua, dell'autore del libro, venuta alla luce si è poi radicato in me definitivamente a seguito della lettura del penultimo capitolo del tomo e titolato “Aberdeen, Mondragone” e che dovrebbe, e sottolineo dovrebbe, aver trattato anche del fenomeno malavitoso e delle infiltrazioni dei clan camorristici nel Sud Pontino. Omissioni volute, o scarsa conoscenza dei fatti? Ché di quel che si scatenò da queste parti si narra poco o nulla e si arriva al punto da vergare di fatti assolutamente tarocchi laddove, tanto per sottolinearne uno, nel dire del presunto “affaire Camorra-Nino Manfredi” (l'attore regista dichiarò, durante la diretta di una nota trasmissione della radio nazionale, che aveva ricevuto pressioni dalla camorra) si sostiene che la mega villa - in buona parte abusiva e costruita laddove un comune mortale mai avrebbe potuto farlo – del Manfredi sia ubicata sul litorale domizio ( se sbaglio corrigetemi!) mentre essa - anzi esse poiché le strutture abitative nella disponibilità del “Signore di per Grazia Ricevuta” erano due - si trova tutt'ora, benché sia regolarmente passata di mano, all'interno di quel Parco Naturale costituito dal Monte d'Oro, il Monte di Scauri ed il promontorio di Gianola, e parte integrante della celebratissima Riviera di Ulisse che dalla foce del Garigliano si protende verso nord fino alla costa del Circeo, a pochi chilometri dalla zona costiera della città di Latina. Siamo quindi nel Lazio, in provincia di Latina, la mussoliniana Littoria, e già provincia di Roma. In un luogo in cui, “veri camorristi” dai bianchi colletti hanno permesso ad un “collega” famoso e celebrato per meriti artistici, di costruire in spregio al più comune buon senso, al rispetto per una natura quasi incontaminata ed unica nella sua lussureggiante bellezza ed alle leggi già allora in vigore in materia edilizia: nella piccola Baia dei Sassolini tra il Monte d'Oro ed il Monte di Scauri, due meravigliosi promontori che, a nord della lunghissima spiaggia che caratterizza fortemente le due frazioni costiere di Minturno, si tuffano letteralmente nel mar Tirreno e costituiscono, unitamente e come già detto, al Monte di Gianola, in tenimento di Formia, un parco naturale regionale istituito proprio per tutelare un ambiente unico e ricoperto dalla più classica macchia mediterranea nonché abitato da una fauna fatta di uccelli, quali il falco pellegrino; piccoli mammiferi, come i porcospini e rettili quale l'orbettino. E dirò di più: mentre negli anfratti tra i grossi scogli che emergono dal mare antistante i luoghi hanno trovato stanziale dimora coppie di cormorani, nella sughereta che ricopre i pendii a nord del promontorio più alto ed esteso, il Monte di Scauri, prolifera una colonia, manco fossimo nella foresta pluviale amazzonica, di multicolori parrocchetti. Sì proprio piccoli ciarlieri pappagalli generati da una qualche coppia che, per un motivo fortuito, deve avere anni addietro riconquistata la libertà. Non v'è dubbio quindi che la lussuosa dimora appartenuta all'attore ciociaro e che viene citata dallo scrittore e giornalista napoletano in quanto oggetto, a suo tempo, di appetiti camorristici si trovi sul litorale scaurese in provincia di Latina, regione Lazio. Altro che litorale domizio, litorale che nasce al di là del fiume Garigliano e muore quasi alla periferia di Pozzuoli, Italia, regione Campania, provincia di Caserta! Il motivo per cui alcuni clan camorristici casertani si sarebbero interessati all’immobile Saviano lo spiega nel passo “incriminato” e che riporto a seguire: “... I La Torre potevano contare su rotte d'approvvigionamento che avevano la loro base sulla costa domizia. Le ville sulla costa erano fondamentali per il traffico prima di contrabbando di sigarette, poi di tutto quanto fosse merce. Da quelli parti c'era la villa di Nino Manfredi...”. Poi continua asserendo che” la sua casa si trovava in un punto strategico per far attraccare i motoscafi”. Ma quale punto strategico per approdi “sporchi” un luogo, la Baia dei Sassolini, dal fondale non certo ottimale perché pieno di scogli totalmente sommersi ma con la cima a pelo d'acqua e quindi pericolosissimi per i natanti; frequentatissimo, non solo d'estate, in virtù della bellezza paesaggistica da nutriti gruppi di turisti; luogo abituale per coppiette in vena di effusioni provenienti da ogni centro del basso Lazio e dell'alta Campania nonché del napoletano tutto; sede oltretutto di un romantico e vissuto, manco a scriverlo, stabilimento balneare e “location”, per concludere, di un certo numero di altre oscene costruzioni di cui una adiacente la villa del comico di Castro dei Volsci? E poi, si fosse meglio documentato solo frequentando per qualche minuto Piazza Rotelli al centro della maggiore frazione balneare del comune di Minturno, sarebbe venuto a conoscenza di due verità assolutamente da sempre di pubblico dominio: del perché l'agorà di cui sopra è chiamata dagli indigeni Piazza Forcella e del fatto che scafi non solo targati camorra sbarcavano da tempo immemorabile le loro merci - ivi compresi fusti di nafta il cui acquisto veniva “offerto” agli autotrasportatori di tutta la zona a prezzi stracciati non solo da cumparielli o affiliati ai clan delinquenziali ma anche da “imprenditori” del luogo – dopo aver attraccato comodamente alla sponda destra del Verde Fiume, il Garigliano. Del quale penetravano per qualche centinaio di metri il corso. Sponda fiancheggiata, a partire dallo storico ponte a catenaria progettato dal Giura in epoca borbonica fino alla foce, da una comodissima e ben tenuta strada asfaltata che favoriva non poco la partenza dei carichi verso le destinazioni volute. Fatto un rapido sondaggio fra conoscenti che abitano queste e “kelle terre” e che hanno letto il romanzo mi sono sentito confortato, purtroppo, nel mio lacerante dubbio. L'assunto poi, più volte ribadito, che il Sistema è gradito alla gioventù sbandata dei luoghi in quanto offriva ed offre loro opportunità di “lavoro” sufficientemente pagato laddove le istituzioni latitavano, e latitano, tra false promesse e pochi fatti è da ritenersi forse cosa assolutamente deprecabile? Certo si tratta di “lavori” non proprio ortodossi, non scevri di grossi pericoli, a volte causa di improvvise e violente dipartite verso il mondo dei più ma non mettono forse a repentaglio la loro vita migliaia di migranti pur di raggiungere luoghi in grado di attutire almeno - a fronte di lavori degradanti, gravosi e malpagati – e non di calmare definitivamente i morsi della fame? La camorra faceva e fa il suo mestiere ed offriva al tempo, come lo fa tutt'ora, sbocchi lavorativi che si confanno non solo ai suoi non limpidi interessi e loschi traffici, occupando uno spazio che le istituzioni continuano a lasciare sguarnito, ma laddove lo ritiene opportuno ed utile “dona” posizioni anche di non secondo piano in pubbliche amministrazioni ai giovani laureati e diplomati dei luoghi. Saranno utili al momento opportuno. Non riconoscere ciò è solo sterile ciacolare e le chiacchiere, ben si sa, se le porta il vento. Gli Aurunci e il clima Il gruppo montuoso degli Aurunci, nel Golfo di Gaeta, confina a nord con il massiccio dei Monti Ausoni, ad est con la Valle del Liri, a sud con il fiume Garigliano e ad ovest col mar Tirreno, grazie alle estreme propaggini del Monte Lauzo. A guardarlo dalla spiaggia di Marina di Minturno, alle falde del Monte d’Argento, un monolito calcareo ricoperto di strame, lentischi e ginestre e sovrastato dai resti di una antica fortezza eretta presumibilmente nel Medio Evo a difesa delle scorribande dei Saraceni, forma un perfetto triangolo scaleno il cui vertice superiore è costituito dalla cima del Monte Petrella, 1533 metri di altezza e più imponente montagna d’Europa a così breve distanza dal mare. Il vertice più acuto, per un effetto ottico straordinario, sembra essere costituito dal Monte Orlando, promontorio a forma di mandolino rovesciato che si tuffa nelle acque verde-azzurro del Tirreno e sulla cui cima insiste il mausoleo, perfettamente conservato ed a pianta circolare, del generale e politico romano Munazio Planco, stimatissimo da Giulio Cesare e discepolo di Cicerone. Di lui Tivoli ed Atina si contendono i natali mentre è storicamente provato che si suicidò, perché stanco e malato, nella sua splendida villa nella città, amatissima, dedicata alla nutrice di Enea, Caieta. Il suo corpo venne poi inumato nell’imponente mausoleo che si era fatto costruire mentre era ancora in vita. «Lucio Munazio Planco, figlio di Lucio, nipote di Lucio, pronipote di Lucio, Console, Censore, Imperatore per due volte, Settemviro degli Epuloni, trionfatore dei Reti, costruì col suo bottino il Tempio di Saturno, divise i campi in Italia a Benevento, fondò in Gallia le colonie di Lugduno e Raueica», questo è il testo scritto sulla lapide dedicatoria posta sulla porta della sua tomba. Grazie a questa piccola catena montuosa di struttura carsica che lo protegge dai venti freddi che spirano dal nord il microclima del Golfo di Gaeta è semplicemente unico, mite, soleggiato per ben oltre trecento giorni l’anno, ventilato, perché la valle del Garigliano permette che aria fresca si incanali verso la costa, e paragonabile, così come mi fece notare anni addietro un amico carissimo, a quello delle Cayman, un gruppo di tre isole situate nel Mare delle Antille a sud di Cuba e scoperte da Cristoforo Colombo. Isole oggi conosciute più che per la bellezza dei luoghi e per il clima, appunto, per essere un sicuro e tutelato paradiso fiscale. E d’altronde l’isoterma ideale – ovvero quella linea virtuale, a mo’ di parallelo, che unisce zigzagando tutti i luoghi del globo terrestre che hanno una stessa temperatura media annuale – spacca perfettamente in due il Golfo di Gaeta. Vanni Falso, amico carissimo di intelligenza straordinaria e straordinaria cultura, questi dati ben li conosceva e, tra i primi programmatori in Italia in forza all’IBM, allupato, come me, del World Wide Web li aveva acquisiti dalla Rete. Quando gli chiesi perché si recasse in vacanza alle Cayman – sarebbe stata un’offesa alla sua cultura ed alla sua intelligenza pensare che lo facesse per trasferire capitali in quel paradiso fiscale – invece che alle scontate Mauritius o Seychelles mi rispose: “tu che sai navigare con il PC trovati la risposta. Ti do solo un indizio: isoterma”. In effetti recarsi in quei luoghi per lui era un po’ come tornare in vacanza, visto che lavorava e risiedeva a Monza, nella terra natale. Senza però sentirsi assediato da piccoli e grandi camorristi, “capère” di varia estrazione sociale, killer, venditori di sigarette e chincaglieria varia nonché di fauna varia proveniente dai bassi napoletani più degradati e dai più squallidi paesi del casertano. Il clima e la flora in questo angolo di mondo sono da Guinnes dei Primati ed i nostri vecchi, a quelli di noi che qui abbiamo la fortuna di essere nati e di vivere, erano soliti ripetere che se il Padreterno creò l’Eden non poteva non averlo non ubicato da queste parti; così come affermavano che è inutile ascoltare e prendere nota delle previsioni del tempo vomitate dai soloni della meteorologia nazionale e televisiva ché esse potevano essere pur valide e plausibili per tutto il territorio dello Stivale ma non di certo per il Golfo di Gaeta. Un “giardino” a sé stante, vale ribadirlo, anche dal punto di vista climatico. Storicamente questo lembo di terra benedetta ivi compresa quella piccola meravigliosa perla che è la cittadina di Sperlonga, nonché l’entroterra fino alla Porta Roma della città di Terracina, è stato sempre parte integrante del Regno delle due Sicilie e quindi Campania Felix. Poi il Duce volendo conferire alla neonata Littoria un territorio da amministrare ampliò i confini della regione Lazio e spostò quello a est sulla sponda destra del fiume Garigliano. Prese due piccioni con una fava: dette frontiere certe e geograficamente logiche alla regione della sua Roma e creò la provincia di Littoria oggi più modestamente Latina. L'Eden e gli ospiti famosi Oggi come oggi, siamo da qualche anno entrati nel secondo millennio, il Golfo è ancora un Eden ché dal punto di vista del clima nulla è cambiato. E' mutato, purtroppo e profondamente, lo stato dei luoghi per colpa di amministratori miopi, voraci e totalmente privi di cultura; palazzinari idioti dal cervello e la vista obnubilati dalla presenza di polveri cementizie; semplici cittadini assolutamente coglioni che non hanno capito - tanto allora, negli anni cinquanta allorquando iniziò il sacco del litorale e delle colline alle spalle di esso, quanto oggi - che se avessero rispettato la “Natura Madre” e la Ninfa Marica assurta a Dea del Verde Fiume e dei luoghi circostanti, si ritroverebbero di certo chi con il conto corrente gonfio di euro e chi con immobili dalla cubatura meno voluminosa ma plausibili dal punto di vista strutturale ed architettonico, nonché dal valore sul mercato dedicato pari a quello, se non superiore, di cui godono le strutture edilizie in località celebrate come la Versilia o la costa romagnola. Un amico di recente acquisizione e per anni residente a Monte Carlo non a Mondragone, mi faceva notare, credendo non lo sapessi, che lo sky-line di cui godiamo allorché volgiamo lo sguardo verso il mare aperto è assolutamente impareggiabile e non v'è Costa Azzurra che tenga. Ebbene sarebbe bastato anche, soprattutto a Scauri, non “violentare” quanto già esistente ed uniformarsi, nell'edificare, totalmente o quasi, negli anni a seguire, a quello stile architettonico, nato a cavallo dei due secoli passati, che in tutta la piana da Terracina al Garigliano ha partorito cose più che egregie. Un noto architetto svizzero, trovatosi per caso dalle nostre parti, si innamorò di questa terra, vi stabilì la sua residenza e lottò per anni come un leone nella speranza di salvare il salvabile. Sua moglie, splendida donna dai caratteri somatici ispanici ed i capelli lunghissimi e neri come la pece, aprì una boutique e, con l'intento evidente di aspirare ad essere una di noi, la chiamò “Eliane de vos”, la vostra Eliana. Aprì la boutique proprio in testa a Via Roma, al tempo la strada dello struscio del borgo pontino e la più bella in assoluto grazie alle costruzioni che le facevano (ed in parte lo fanno ancor oggi) da cornice, quasi a voler offrire una garitta al consorte che si poneva quale sentinella a che quegli edifici, con le loro decorazioni esterne fatte di affreschi e stucchi in gesso, venissero rispettati. Originali costruzioni a tre piani che, come già sottolineato, accompagnavano Via Roma per tutta la sua lunghezza e fino al punto in cui essa affogava nella duna similmente a quei temporanei e tumultuosi corsi d'acqua che si creano nei deserti africani ed asiatici a seguito di violenti acquazzoni. Si fecero, i coniugi svizzeri, costruire anche una meravigliosa villa lungo una delle tortuose strade che si inerpicano verso Minturno perché intenzionati a restare per sempre fra di noi ma dovettero ammainare le vele, rientrare in porto e ritornare, delusi, nel loro Cantone al di là delle Alpi. Hanno lasciato in loco la loro magione, immersa letteralmente in un solare giardino all'italiana, che l'attuale fortunato proprietario può godersi. Unitamente anche, se ben ricordo, agli affreschi ed agli altorilievi in cotto realizzati dall'architetto medesimo che si dilettava pur nella pittura e nella scultura. Che questo Golfo di Gaeta fosse un posto speciale lo capirono non poche personalità di rilievo – e passi per Pietro Fedele coltissimo ministro della ... Cultura durante il deprecato Ventennio ché era minturnese a denominazione di origine protetta e controllata – tra le quali, in primis, il generale Umberto Nobile (Lauro di Avellino, 21 gennaio 1885 – Roma 30 luglio 1978, ingegnere ed esploratore. Fu docente di Costruzioni Aeronautiche presso l'Università degli Studi di Napoli oggi Università Federico II. Per oltre trent'anni, nonché direttore dello Stabilimento militare di Costruzioni Aeronautiche di Roma dal 1919 al 1928 e generale del Corpo del Genio Aeronautico ruolo Ingegneri dell'Aeronautica Militare. Nobile è stato uno dei pionieri e delle personalità più elevate della storia dell'aeronautica italiana; divenne famoso presso il grande pubblico per aver pilotato l'aeroplano che eseguì il primo avvistamento del Polo Nord e, soprattutto, per le sue due trasvolate, in dirigibile, del Polo), si proprio quello del dirigibile Italia e della Tenda Rossa (“in realtà di color argento, colorata di rosso con dell'anilina sostanza usata per le rilevazioni altimetriche”), che in una splendida costruzione su tre piani – forse l'unica rimasta pressoché intatta – poco distante dal Monte d'Oro e sul lungomare di Scauri venne a trascorrere gli ultimi anni della sua vita avventurosa dopo aver smaltito la sbornia delle accuse e delle polemiche susseguenti al fallimento della sua impresa tesa alla conquista del Polo Nord. Visse qui da noi accudito dalla fedelissima segretaria inglese, Francis Fleetwood, valente scrittrice e giornalista, che affascinata dalla personalità dell'esploratore ed aviatore italiano si dedicò a lui toto corde. Gli sopravvisse e continuò ad abitare nella “Villa Nobile” fino a che la morte non ghermì anche lei. Descrisse il tutto in un libro autobiografico. Ovviamente i nostri colti amministratori ben si guardarono, tanto per dirne una, dal conferire almeno una medaglia di latta alla nostra amica. Loro che non fanno altro che foraggiare, con il pubblico denaro, pseudo premi letterari i cui trofei, e gli euroni, vanno sempre agli stessi sputtanati personaggi che se la ... scrivono e se la leggono. Poi vennero i Giuseppe Cassieri, i Nino Manfredi e via enumerando. Altri illustri personaggi, tra cui il mitico Raf Vallone, piazzarono le tende, si far per dire, lungo la costa che va da Gaeta a Sperlonga. Il regista Gualtiero Jacopetti - e non vorrei sbagliarmi poiché mi aggrappo solo alla mia memoria di maledetto “bipolare” - che nel 1962, insieme a Paolo Cavara e Franco Prosperi, realizzò il primo mitico “Mondo Cane”, un film documentario che fece scuola, inaugurò un filone e mostrò in modo crude e realistico le ferite mortali che gli uomini stavano di già procurando al corpo di Gea, si fece costruire, alla chetichella, un'abitazione totalmente immersa nella macchia mediterranea in località Gianola a poche decine di metri dal meraviglioso Porticciolo Romano (Porto Cofeneglio nel vernacolo minturnese) e probabilmente qualche millennio addietro asservito alla faraonica villa che il prode Mamurra, amichetto affettuoso di Giulio Cesare, possedeva poco più in là, a mezza costa, sul promontorio dedicato al dio Giano e sormontato da un tempio circolare in cui la divinità bifronte veniva venerata. I resti, grandiosi, della villa, di recente riportati a nuova vita, e l'immensa cisterna per la raccolta delle acque piovane, detta delle Trentasei Colonne, ora sono parte integrante del Parco Naturale ed Archeologico del Monte di Scauri e Gianola. Giuseppe Cassieri, scrittore, saggista e commediografo, e morto di recente in quel di Roma, era nato a Rodi Garganico nel 1926. Ottenne importanti riconoscimenti per la narrativa e il teatro (premi Campiello, Flaiano, Sila) e più volte fu finalista al Premio Strega. Fra le sue opere: "Ingannare l'attesa", "L'uomo in cuffia", "I festeggiamenti". Nel 1977 curò una riduzione per la televisione del romanzo "Don Giovanni in Sicilia” di Vitaliano Brancati con Domenico Modugno e Rosanna Schiaffino. Si innamorò anche lui letteralmente di Scauri e del Golfo di Gaeta al punto da scrivere un gustoso ed ironico romanzo, “Le trombe”, ambientato proprio tra i pescatori della Scauri Vecchia. Quella che si appoggiava, e si appoggia, letteralmente, alle mura ciclopiche della preromana città di Pirae. Il libro venne pubblicato dal Club degli Editori e venduto solo ai soci in oltre 20.000 unità. Io credo di essere uno dei pochi, se non l'unico, ad averne una copia che conservo gelosamente poiché di certo non ne esiste un'altra qui fra di noi ove le biblioteche o non esistono del tutto, come a Minturno e Scauri, o sono ben poca cosa. Il buon Giuseppe era persona oltre che estremamente colta anche un appassionato della corsa ed un igienista convinto ed incontrarlo ogni mattina mentre correva sulla battigia, sia che il sole già facesse capolino ad est dietro il Massiccio del Massico sia che la menasse a catinelle e come Dio comandava, era cosa usuale per tutti gli scauresi. Sempre a torso nudo aveva movenze quasi effeminate ma era una costante del paesaggio, una vera icona al pari della “sgarrupata” Torre Quadrata che dominava, e domina ancora perché fortunatamente ed intelligentemente restaurata su progetto di un giovane architetto locale, la Baia di Scauri e Marina di Minturno dall'alto del promontorio del Monte d'Oro. Il ciociaro Nino Manfredi da Castro dei Volsci si aggregò più tardi e presumibilmente grazie ai buoni uffici dell'allora sindaco in carica, una vera iattura per questo paese, violentò con due oscene costruzioni uno dei tratti di costa più belli d'Italia, non solo, ovvero la Baia dei Sassolini tra il Monte d'Oro ed il Monte di Scauri. Un luogo così ameno e di tal fascino che vi furono girate alcune scene del Conte di Montecristo, televisivo, interpretato da Gerard Depardieu ed Ornella Muti. In verità anche il ciociaro in veste di palazzinaro girò, quasi a ripagare dei benefici munificamente accordatigli, una scena, quella del tentato suicidio, del suo Per grazia ricevuta. Un ciak brevissimo a sera talmente inoltrata che a riconoscere il luogo hanno difficoltà anche gli indigeni. Ma il nostro eroe alla sua privacy ci teneva e come, e quel modo di fare cinema, quasi di soppiatto, era un modo per tutelarla. Le due costruzioni vennero edificate la prima, quella da lui vissuta in estate insieme alla sua famiglia, direttamente sugli scogli in spregio ad ogni norma urbanistica e violando tutti i vincoli imposti dalla locale Capitaneria di Porto, quella di Gaeta; la seconda più su in uno stile da ... baita alpina ancorché rivestita da maiolicame di color marrone carico in un posto assolutamente solare ove solo il bianco calce avrebbe diritto di esistere. Qualche anno più tardi alienò la...baita e successivamente, alla sua dipartita verso gli alberi pizzuti, la consorte vendette quella costruita sulla scogliera. Con difficoltà, a quel che mi risulta, perché in buona parte abusiva ed assolutamente non condonabile. Cassieri, schifato dall'abusivismo edilizio e dal degrado del “suo” paradiso abbandonò Scauri. Si trasferì a Gaeta per un certo tempo ma infine preferì la Caput Mundi. Anche i boss della camorra casertana e napoletana, in quel periodo, iniziarono, senza dare troppo nell'occhio, ad acquistare immobili ed attività commerciali in tutto il Golfo. Il posto era, ed è, ideale: tranquillo e magnificamente collegato con i luoghi di loro origine, residenza ed affari. Un tiro di schioppo ché Napoli, in linea d'aria, dista meno di 70 chilometri. Caserta poi e tutto l'Agro Aversano sono letteralmente a due passi anche se la presenza del fiume Garigliano, al confine tra Lazio e Campania, dà l'illusione di separare in modo netto due mondi completamente agli antipodi. Il Comune di Minturno poi si diceva, ma non sono in grado di confermare l'attendibilità della notizia, pare avesse dato, a fronte di cospicui contributi in danaro da parte delle istituzioni, la disponibilità ad accogliere delinquenti in regime di libertà e di “sorveglianza speciale” da parte delle forze di polizia. Per lo più manovalanza appartenente alla Camorra campana ed alla 'Ndrangheta calabrese. Ne arrivarono a decine di camorristi e di soldati affiliati alle varie 'Ndrine calabresi, e si sparsero per tutto il Golfo. La C……a Gens e l'origine dei toponimi Questa mia terra è ancora bella da togliere il fiato e ciò malgrado quella che il mai abbastanza compianto ed amico fraterno, avvocato Vittorio Signore, definiva C……ia Gens - ovverosia tutta la genia familiare e politica legata ad un notissimo politucolo locale che a più riprese ricoprì la carica di Primo Cittadino di Minturno - avesse tentato di darle il colpo di grazia sacrificando la magnifica duna mediterranea che si estendeva, in lunghezza, per ben cinque chilometri: dalle falde del Monte d'Oro a quelle del Monte d'Argento. In larghezza penetrava verso la Regina Viarum, la odierna statale Appia che taglia in due Formia e Scauri per poi guadare il Verde Fiume di dantesca memoria e dirigersi verso Brindisi, fino a lambirne la carreggiata. Tant'è che tutto quanto è stato costruito, sia abusivamente che secondo legge, tra la millenaria consolare ed il Tirreno poggia le sue fondamenta sulla sabbia o su quelle di antiche ville romane. Il tenero, si fa per dire, Franco, il Primo Cittadino di cui sopra, si giocò il tutto in una scellerata lottizzazione, detta dei Prefetti, e fece costruire un lungomare, oggi nonostante tutto tra i più belli dello Stivale, al di là della duna, praticamente sulla spiaggia ed immediatamente a ridosso degli stabilimenti balneari che allora erano, secondo logica, strutture rimovibili in legno. Lo scempio e la violenza becera per permettere una lottizzazione a potenti e potentucoli dell'epoca e suoi presumibili sodali. Il progetto di lungomare redatto dall'architetto Cerocchi e che prevedeva l'assoluto rispetto della duna e della cosiddetta Selva, un caratteristico piccolo scampolo di macchia mediterranea quasi alle falde del Monte d'Argento, venne accantonato tra l'indifferenza generale della popolazione connivente e dei geometri, si facevano dare dell'ingegnere, dominanti. A seguito di questa oscena operazione di stupro ambientale negli anni successivi il plastico e le diapositive del territorio di Minturno vennero esibiti nelle facoltà di Architettura di Roma e Napoli per insegnare agli studenti del primo anno cosa non si dovesse fare di un territorio votato per sua natura al turismo più qualificato. E di ciò, avendo frequentato sia pure con scarso successo la facoltà di architettura in quel di Valle Giulia a Roma, fui e sono testimone diretto. Quella mattina, infatti, quando il docente di urbanistica, Ludovico Quaroni un vero mammasantissima della materia, proiettò su di uno schermo gigantesco le diapositive della mia terra a beneficio dei colleghi del mio corso ero in aula. Un'aula magna piena come un uovo ed il mio cuore ricevette una fitta di cui ancora pago le conseguenze. Mi sentii un anellide e chissà che in me, proprio allora ed inconsciamente, non sia maturata la voglia di fuggire via dalla schiatta dei progettisti per approdare in una facoltà che si occupasse di storia e gestione della politica. Così feci giudicandomi, erroneamente, non in grado di impugnare matite e rapidograph e di utilizzare un tavolo da disegno quando, paradossalmente, per la progettazione ed il disegno ero particolarmente versato. Ma come dicevo questo Golfo è ancora bello da togliere il fiato e per rendersene conto basta guadagnare la minuscola loggia del Paradiso – se si chiama così un motivo ci dovrà pure essere! – adiacente il Palazzo Comunale di Minturno ed affacciarsi guardando verso il mare: un groppo alla gola non te lo risparmia nessuno e se sei affetto da sindrome di Stendhal meglio lasciar perdere ché ne va della tua incolumità fisica e mentale. Il respiro ti si blocca e la mancanza d'aria che non ossigena più il tuo sangue ed il tuo cervello fa sì che tu stramazzi a terra rischiando anche la vita. In una giornata limpida in cui l'orizzonte non sia aggredito dalla foschia lo sguardo spazia da Roccamonfina al Vesuvio al promontorio di Monte Orlando in Gaeta, passando per le isole partenopee e quelle ponziane. Se poi hai voglia di fare un escursione nient'affatto facile e guadagni la vetta del Monte Redentore o, addirittura, quella del Petrella ti si apre davanti agli occhi una quinta che non osi nemmeno immaginare il Padreterno abbia disegnato. Sempre partendo dalla cima del vulcano dormiente di Roccamonfina puoi accarezzare con lo sguardo rapito quelle del Vesuvio – se è innevato è bello da mancamento – e del Monte Faito, scivolare su Capri ed il suo Solaro, quasi toccare fisicamente Ischia e poi, a seguire veleggiando verso ovest, Santo Stefano, Ventotene, Ponza, Palmarola, l'isolotto di Gavi e Zannone fino a nidificare con le pupille su l'Isola che non c'è, il promontorio del Circeo. Isola che “esiste” solo in virtù di uno strano effetto ottico, la Fata Morgana, che fa sì che il braccio che unisce il monte della Maga Circe alla terra ferma si volatilizzi come d'incanto. E continui ad accarezzare sempre con gli occhi ma ti par possibile, solo che tu lo voglia, poter tutto toccare con mano bastando allungare il braccio, verso Sabaudia, Terracina, la bianca Sperlonga che niente ha da invidiare alla più celebrata Ostuni in Puglia, e l'entroterra dei Monte San Biagio, Fondi ed Itri dell'ammazza preti Fra' Diavolo. Se il versante che degrada verso il mare della catena montagnosa dominata dal Redentore – sulla sua cima è posta ancorata ad un'ampia base di cemento cupoliforme una statua in bronzo del Padreterno benedicente, che ricorda molto il Cristo che domina la Baia di Rio de Janeiro dall'alto del Pan di Zucchero, ed immediatamente sotto di essa vi è una chiesa dedicata all'arcangelo Michele ricavata in una grotta naturale all'interno della quale una piccola polla sorgiva permette di abbeverarsi – e dal Petrella è brullo e parzialmente ricoperto di strame, mirto e rarissimi alberi di medio fusto, quello nord è “abitato” da una stupenda faggeta in cui maestosi e secolari aceri la fanno da padroni. Ma se è vero che al buio tutti i gatti sono bigi è ancorché vero che a guardare da queste altezze tutto appare sotto una luce diversa ed anche il territorio di Gomorra, che inizia geograficamente a partire dalla riva sinistra del Garigliano, pur costellato da colonne dei fumi che si alzano dalle discariche abusive, grosse e piccole, di rifiuti dà l’idea che la Campania possa continuare a dirsi inguaribilmente “felix”. I toponimi delle città del Golfo, da Gaeta a Formia a Minturno a Scauri, hanno non tutti origine certa : per Gaeta si privilegia Caieta l'amatissima nutrice di Enea ( Strabone sosteneva invece che l'origine del nome deriverebbe da "Kaiàdas" - già usato da Tucidide - o "Kaiatas" e "Kaiètas", cavità, insenatura e Diodoro Siculo da par suo collegò queste terre al mito degli argonauti facendo derivare il nome della città da "Aietes", mitico padre di Medea, la maga innamorata di Giasone ); Formia da “Hormiai”, approdo; Minturno, prima Traetto (dalla scafa che univa le due sponde del Garigliano mentre altri sostengono che stia per Città Traghettata, alludendo allo spostamento dell'attuale centro abitato sulla collina dopo la distruzione di Minturnae), lo ha invece mutuato dall'antichissima Minturnae, appunto, città ausone facente parte della Pentapoli Aurunca – le altre erano Ausona, Vescia, Sinuessa e la mitica Veseris. Sulla effettiva localizzazione di alcune città le opinioni sono però controverse. I Romani di certo assoggettarono o distrussero durante la Guerra latina i centri della federazione e fondarono le colonie di Suessa Auruncorum e Minturnae - e che tanto filo da torcere diede alle legioni romane prima di essere conquistata e fagocitata. Le rovine di Minturnae solo parzialmente, e con estrema miopia, riportate alla luce giacciono sulla sponda destra del Garigliano nei pressi dell'estuario e sono “firmate” da uno stupendo teatro ben visibile dalla Via Appia che lo lambisce letteralmente. Scauri ha il toponimo dalle origine più incerte. In base alla tesi pressoché unanime, ma per me e non solo per me decisamente “tarocca”, degli studiosi, il nome della cittadina, trarrebbe origine da Marco Emilio Scauro, princeps senatus, nel 115 a C. e “proprietario presso l' antico porto di Pirae di una presunta sontuosa villa marittima”. Ma non vi sono assolutamente prove scritte – e sì che i Romani “firmavano” anche i vespasiani - a suffragare la presenza in loco di quel “pescecane”, vero progenitore dell'attuale classe politica italica, ché Marco Emilio invece “operava” in direzione nord. Tristo personaggio da prendere con le molle fece costruire, questo è documentato, la consolare Emilia. Vero collettore di tangenti, si accordò, lasciandosi corrompere, anche con Giugurta, re di Numidia, in luogo di condurlo in ferri a Roma. Neppure la sua dimora in Roma è inoppugnabilmente a lui ascrivibile. Da buon vero “camorrista” del tempo preferiva essere difficilmente reperibile. Più volte inquisito e processato non venne mai condannato. Secondo un'altra tesi (isolata e da ascrivere allo storico minturnese Raffaele Castrichino) e che io sottoscrivo, l'origine del nome di Scauri è connessa con l'etimologia greca: il toponimo deriverebbe da "eskhara", braciere ardente. L'allusione, plausibilissima è al clima magnificamente mite della cittadina e di certo alle dune di sabbia che facevano da cornice alla meravigliosa spiaggia e che, sotto i raggi del sole, divenivano roventi. Si proprio quelle dune che la “C…..a Gens” condannò allo spianamento ed a far da base ad osceni manufatti per lo più abusivi. Quanto poi al clima è cosa piuttosto nota - e ripresa anche dalla giovane scrittrice scaurese, Chiara Valerio, nel suo “Tana libera tutti” – che il golfo di Gaeta è attraversato dall’isoterma che lambisce le Cayman - arcipelago composto da tre isole situate nel Mare delle Antille a sud di Cuba e a nord-ovest della Giamaica – e che sono note oltre che per essere un paradiso fiscale anche per la mitezza delle condizioni atmosferiche. Dal che ne consegue, in altri termini, che tutto il golfo di Gaeta, protetto a nord-ovest dal massiccio montuoso del Petrella (la montagna più alta d’Europa avente la distanza che ha dal mare), ha una temperatura media annuale uguale, e quindi ideale, a quella del citato arcipelago. Ritornando all’origine del toponimo Scauri si va sempre più facendo strada l’ ipotesi di due ricercatori romani, Salvatore Cardillo e Massimo Miranda, che vuole che il luogo derivi dal termine altomedievale "scaula" (barca). La forma lessicale, di origine bizantina, si svilupperebbe nel luogo proprio grazie al suo essere porto naturale sul Tirreno (Cfr. Salvatore Cardillo - Massimo Miranda, "Scauri, li Scauli e l'invenzione della villa di Marco Emilio Scauro", 2013). “Il saggio storico ipotizza come la tradizione che il nome di Scauri sia da far risalire a Marco Emilio Scauro, console e senatore romano, sia probabilmente una pura invenzione. Infatti, le ipotesi che si succedono nei secoli a favore della derivazione del toponimo dal console e senatore romano, mancano puntualmente di riscontri documentali. Il primo che associa Scauri alla "gens Aemilia" è Francesco Maria Pratilli, noto falsario. Dalla forma scaula-ae, si sarebbe formato il maschile Scauli che per rotacismo avrebbe portato al toponimo del luogo”. “Questo mio paese“ A questo Mio ancor immaginifico Golfo. Ha orizzonti infiniti su un mare grande questo mio paese e tramonti da favola quando il cielo dal giallo ocra delle sue albe scivola nel rosa, nell'indaco e poi muore nel rosso violento di tramonti di fuoco, ha spalle alte e forti, questa mia terra, dal nome che ricorda la pietra e sulle quali domina l'immagine grave di un dio in cui non credo. Ha ferite profonde questa mia patria ma anche il profumo delle zagare e quello della resina dei pini che si tuffano nel mare e i colori dello strame che ferisce e degli asfodeli che nutrono le anime. Ha carattere duro la tua terra (* Nota: la Murgia barese) e gravine profonde che scendono giù verso il fondo del mondo. E' pieno di alberi forti di ulivi torti nei millenni quel tuo paese ma anche delicati fiori gialli che hanno il fuoco nel ventre e guarda da lontano quel mare che lo so ami alla follia. Sono diversi molto diversi questi nostri mondi ma simili molto simili le nostre anime perse e dimenticare non è facile, sai. Non è facile. Di Michele Ciorra L'aver distrutto la duna di sabbia in tutto il Golfo, dalla foce del Garigliano passando per Marina di Minturno, Gianola, S.Janni, Formia ivi compresa Gaeta con la sua Serapo fino a Sperlonga ed al litorale fondano, ha fatto sì che in un lasso di tempo relativamente breve la spiaggia fatta di rena finissima e dorata si riducesse ad una striscia in molti punti non larga più di qualche metro. Il fenomeno, aggravato anche dall'innalzamento del livello del mare per le note cause climatiche, è dovuto soprattutto al cessato apporto di sabbia a mezzo della brezza e dei venti che spirano verso il mare. La pesca indiscriminata di bivalvi con turbo soffianti aveva poi, ché vivaddio negli ultimi anni la situazione è radicalmente mutata, distrutto l'immensa pianura di posidonia giacente sul fondo marino ed estesa fino a qualche centinaio di metri dalla battigia. Questo deprecabile evento ha moltiplicato il potere dirompente delle onde che da par loro hanno finito col risucchiare, in presenza di libeccio, verso il largo molta più rena di quella apportata quando invece soffia lo scirocco. La distruzione della posidonia – una vera e propria pianta marina e non un alga – ha poi determinato un forte calo dell'ossigenazione delle acque ché un metro quadro della pianta acquatica dedicata al Dio pagano dei fondali produce quotidianamente, è scientificamente provato, un metro cubo di ossigeno. E quanto importante sia l'ossigenazione non serve sottolinearlo. Un efficace intervento di ripascimento, effettuato dalla affiliata italiana di una specializzatissima ditta olandese, la Snjjder, ha riportato gli arenili del Golfo, in particolar modo quello minturnese, all'antico splendore. Unico neo il colore e la granulometria della rena. Il colore non è quello dorato di un tempo ma nerastro perché alta la presenza di ferro e lo spessore dei grani di sabbia piuttosto grosso ché essa è stata prelevata in una cava sui fondali antistanti la città di Anzio sul litorale romano. Oltretutto onde far sì che il ripascimento degli arenili tenga nel tempo è stato necessario realizzare una serie di scogliere, a dente di pettine, perpendicolari alla costa. Visivamente l'effetto è un pugno negli occhi ma è sicuramente meno peggio di un calcio nello scroto. La speranza poi, e sembra stia accadendo, è che lentamente il moto ondoso “peschi” la sabbia dal fondo marino e la sovrapponga a quella di utilizzata per il ripristino dello stato dei luoghi. Quel che resterebbe da fare - ma non è cosa di poco conto - per completare l'opera è far sì che il Golfo di Gaeta rimanga quel che ancora è - un luogo veramente da bere e non solo in uno slogan pubblicitario quale quello coniato a beneficio di una triste megalopoli padana - bisognerebbe arrestare l'abusivismo edilizio ed impedire che anche con l'apporto, presumibile, di clan camorristici dell'oltre Garigliano, questa terra che non ha eguali venga snaturata da discariche abusive di mondezza e rifiuti tossici. Fenomeno che abbiamo ampiamente documentato con filmati digitali riversati sul Web e ripresi anche da grossi media nazionali quali il TG24 di Sky. La riqualificazione del turismo, purtroppo sempre più di massa, e l'opposizione alle infiltrazioni della Camorra campana e della Ndrangheta calabrese è una necessità primaria così come la costruzione di efficienti strutture turistiche di medio ed alto livello. Ma i segnali non sono positivi, tocca sottolinearlo, ché la classe politica locale non mostra miglioramenti di sorta e resta ancora legata allo squallore culturale che da millenni la caratterizza. Prima di passare ad affrontare gli eventi sanguinosi della vera e propria mattanza che intrise di sangue il suolo di questo terra voglio concludere con delle ultime note di colore, dedicate a Scauri, il rapido, e forse un po' contorto, excursus nella storia e negli anni felici ed infelici vissuto dal mio Golfo. Contorto sol perché quando parlo dei tempi che furono un groppo mi attanaglia la gola quasi che una ghiandola tiroidea cresciuta d'improvviso a dismisura premesse sulla trachea ed, essere immondo dotato di una propria autonomia, provasse a soffocarmi con luridi viscidi tentacoli. La pianura su cui si affacciano il capoluogo Minturno e le sue frazioni collinari, vere balconate che danno su un paradiso in parte perduto, è quella che ancor oggi, fortunatamente, ospita le rovine magiche, in minima parte restituite alla luce, dell'antica Minturnae e della preromana Pirae con le sue mura ciclopiche. La duna sabbiosa, fino a metà anni sessanta e come ho già sottolineato, la faceva da padrona incontrastata coperta da macchia mediterranea, da agavi che una a seguire l'altra innalzavano verso il cielo lo stelo legnoso, portatore di un'infiorescenza sontuosa, che al termine della sua non breve esistenza si ripiegava su se stesso e decretava la fine del ciclo vitale della pianta tutta. E poi gli stranissimi piccoli meloni asinini che giunti a maturazione sputavano lontano dalla pianta madre, con una sorta di potente eiaculazione, i loro semi pronti a generare nuova vita; le striscianti piante grasse dette artiglio di strega che in piena estate esplodevano in una lussureggiante fioritura di un carico colore viola e per finire lo strame dalle foglie taglienti che a sua volta esplodeva in strani fiori bianchi, in verità sementi, a forma di morbidi piumini simili a quelli che le nostre madri e nonne utilizzavano per nettare il pulviscolo che andava a depositarsi sulle suppellettili. E non posso dimenticare i magnifici asfodeli i cui rizomi, sostenevano gli antichi padri, erano cibo per le anime dei trapassati; le rarissime e velenosissime ferule piante di cui, secondo una tenerissima leggenda dal truce finale, si servì Prometeo per nascondere, nel ventre cavo dello stelo di una infiorescenza, la fiamma che poi donò agli uomini perché anche loro godessero del fuoco, e del cui miele saporitissimo e dolcissimo si nutrivano i succiacapre, microscopici uccelli attivissimi al calar della tenebra che Lovecraft, l'allucinato e razzista (odiava a morte gli emigrati italiani) nonché grandissimo scrittore statunitense, elevò al rango di abituali e non secondari interpreti delle sue storie fantastiche intrise di atmosfere demoniache e mostri orrendi; i cespugli di ginestre dallo stello tubolare verdissimo affogati letteralmente in migliaia di petali di un giallo quasi innaturale tanto è carico. Se la flora ingentiliva le dune con le sue caratteristiche uniche ed i suoi colori impareggiabili la fauna non era da meno: ai succiacapre presenti solo nell'alto periodo primaverile ed in quello estivo, ché sono migratori, si affiancavano, a partire dagli inizi di marzo quando anche anatre ed oche selvatiche si libravano nel cielo nelle classiche formazioni a cuneo, i rondoni casinisti in evoluzioni che ricordavano quelle di minuscoli jet da guerra. Sulla sabbia, quando proprio il sole non la arroventava, scivolavano ramarri verdissimi e lucertole dalla livrea variegata unitamente ad orbettini di varie lunghezze e dagli arti solo accennati e totalmente atrofizzati che li facevano sembrare serpi mentre serpi non sono. Gli scarabei stercorari, neri come tozzi di carbone, costituivano una spettacolo a se stante con il loro spingere all'indietro, poiché utilizzavano le zampe posteriori, grosse pallottole di sterco animale od umano per poi insabbiarle dopo aver, al loro interno, deposto decine di microscopiche uova. Al cadere di violenti acquazzoni primaverili ed estivi non di rado si formavano, negli avvallamenti tra una duna e l'altra, piccoli temporanei stagni ed allora era un risvegliarsi immediato di piccole salamandre e tritoni cui una radicata credenza, totalmente errata, accreditava il potere di secernere un liquido velenoso ed urticante. Il che risparmiava ai piccoli e bellissimi anfibi le stragi che noi ragazzi perpetravamo ai danni delle innocue lucertole e delle “serpi ceche”, ovvero gli orbettini. Laddove poi la rena delle dune cedeva il passo al classico humus e vi erano avvallamenti abbastanza profondi si formavano stagni dalla vita più lunga nei quali le rane deponevano migliaia di uova. Talune donne ( in vernacolo le “ranonciare”), per lo più anziane ed in molti casi mogli di pescatori, catturavano le rane adulte e delle zampe posteriori private della pelle ne facevano lunghi serti utilizzando sottili e resistentissimi rami di salice piangente privati delle foglie. Quelli che i contadini usavano per legare le piante dal tronco non ancora consolidatosi ai loro tutori di legno stagionato. Poi si aggiravano per i paesi del territorio comunale, vestite da “pacchiane”, ed al grido di “ranonce fresche, ranonce!” le offrivano, a fronte di qualche moneta da cento lire, ai loro concittadini. Cibo prelibato le cosce di rana che, oltre che fritte, venivano utilizzate per ricavare un brodino molto saporito e leggero che si sosteneva facesse un mondo di bene alle puerpere che avevano necessità di produrre latte in abbondanza. E così quelle anziane signore contribuivano alle esigenze del bilancio familiare. C’è infine da sottolineare che la distruzione della fascia di dune costiere ha fatto venir meno l’apporto eolico di rena alla spiaggia e che ciò ha contribuito a favorire l’assottigliarsi della ampia striscia di sabbia che costituiva, nei tempi belli che furono, la spiaggia che tutt’ora si estende dalle falde del Monte d’Oro alla sponda destra del Garigliano. Il Sud Pontino e le prime infiltrazioni della Camorra “La zona sud della Provincia di Latina anticamente era parte integrante della Terra di Lavoro, quindi per le comuni origini e affinità culturali città come Fondi, Formia, Gaeta, Minturno, Castelforte e Santi Cosma e Damiano sono sempre state luoghi a tradizionale insediamento camorristico delle cosche della vicina provincia di Caserta. Ciò è in particolar modo avvenuto tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 per svariati motivi: la bellezza delle località turistiche che suggeriva, infatti, ai boss il luogo dove trascorrere le vacanze; di trasferirvi i propri familiari lontano dai paesi d'origine soprattutto nei periodi "caldi"; le misure restrittive, come il soggiorno obbligato, applicate nei confronti di affiliati ai clan, non solo campani hanno poi agevolato l'infiltrazione. L’avvento di questi diversi fattori ha portato al fatto che nel territorio del Sud Pontino, in quel periodo, erano presenti ed operavano varie figure criminali.” Da Wikipedia l'enciclopedia libera. Altro elemento che favorì le infiltrazioni camorristiche (nonché mafiose e di affiliati alle ‘ndrine calabresi) fu, lo ho di già sottolineato, la vicinanza, del territorio sud pontino, ai luoghi residenza dei soggetti dediti al malaffare. Luoghi cui soprattutto i centri del Golfo di Gaeta erano e sono collegati da un ottimo asse viario e dalla direttissima Roma – Napoli delle Ferrovie dello Stato. La costruzione del M.O.F. - ovvero Mercato Ortofrutticolo di Fondi ma dell'acronimo si fece immediatamente strame e da subito con, feroce ed amara ironia, si mutò la sua trascrizione per esteso in Mafia Ortofrutticola Fondana – attirò poi la delinquenza organizzata al pari di una cacca le mosche. Agli inizi, e per alcuni anni, il fenomeno non partorì eclatanti episodi criminali quali atti estorsivi, imposizioni di pizzo e soprattutto ammazzamenti tra appartenenti ai clan pur in lotta fra loro nei paesi di origine. Nella zona venne imposta, con un tacito accordo tra le famiglie, una vera e propria “pax mafiosa” che conveniva a tutti ivi comprese le popolazioni locali che dalla permanenza in loco, soprattutto nei mesi estivi, di boss, viceboss e soldati con famiglie, non di rado numerose, a carico traevano forti profitti in denaro contante. La qualità del turismo in tutta la zona - allontanatisi romani, ciociari del frusinate ed i laziali in genere sotto la spinta dell'incalzare dei campani – era sì notevolmente scesa di livello ma affitti e costi di “materie prime” per le vacanze lievitati in modo considerevole. Ciò faceva sì che in un appartamento di quattro stanze, anche maltenuto e gratificato di scarsissima manutenzione - ci si limitava al minimo indispensabile come rinfrescare le pareti degli interni e la sostituzione di qualche materasso sfondato – potessero prendere posto tre o quattro famiglie che si dividevano gli alti costi del canone, dell'energia elettrica, del gas e dell'acqua potabile. In non rari casi i temporanei inquilini erano tanto numerosi che di notte si dormiva a turno: prima gli anziani, gli infanti e quelli in non perfette condizioni fisiche, a seguire e per ultimi i giovani che rientravano a tenebra inoltrata dopo aver trascorso lunghe ore davanti ai bar e nei locali da ballo annessi agli stabilimenti balneari. Ove si anticipasse per sopraggiunta stanchezza o per altri motivi il rientro ci si adattava a sonnecchiare nelle auto parcheggiate lungo le strade e non nei garage ché questi, unitamente a cantine e sottoscala, venivano bellamente affittati a prezzi di realizzo a chi in malsani bassi già viveva la sua routine giornaliera perché precario nel lavoro e di scarsi mezzi finanziari. Per combattere il caro prezzo dei generi alimentari di prima necessità, del vestiario e di tutti quegli ammennicoli, sovente inutili, che servivano a fare di una vacanza al mare una vacanza degna di essere raccontata ai pochi rimasti a schiattare per il caldo nei tuguri dei centri storici e nei casermoni delle periferie partenopee i nostri villeggianti fai da te si rifornivano al di là del Garigliano e nei paesi di origine ove, perché considerati zone economicamente depresse, anche i listini dei gelati confezionati e di gran marca vantavano, per legge speciale, prezzi ben più convenienti rispetto a quelli praticati nelle nostre amene località di villeggiatura. I boss della camorra, invece, ed i loro affiliati non avevano alcuna difficoltà a far fronte al caro prezzi, smazzavano carte da diecimila senza battere ciglio così come senza storcere il muso in smorfie di disgusto saldavano i conti salati di ristoranti, locali da ballo esclusivi, boutique, bar e negozi di generi alimentari. Non era certo da loro presentarsi, il venerdì sera od il sabato mattina, alle famigliole al mare con il portabagagli delle auto, mai di grossa cilindrata ma anonime utilitarie, pieno di vettovaglie e mozzarella di bufala campana. Erano gli anni favolosi del mitico “I Delfini”, meglio conosciuto come “La Capannina” perché totalmente in legno, gestito dalla famiglia Camerota; del Lido Delizia; dello sciccoso “Lido di Scauri” che si avvaleva per le serate dell'opera di artisti del calibro di Peppino Di Capri e Peppino Gagliardi; del romantico Mary Rock acquattato sugli scogli adiacenti la favolosa “Spiaggia dei Sassolini”; del “Lido Aurora” dall'originale corpo centrale a pianta ottagonale e del “Le Sirene” gestito dal rozzo “Caurarone” che deliziava i suoi ospiti sparando a palla, dagli altoparlanti a tromba, piazzati sul tetto, la mistica, si fa per dire, “Oih Maronna di Monteverge!” urlata nel più puro vernacolo napoletano da un misconosciuto cantante partenopeo che oggi si direbbe appartenente al filone dei neomelodici. La domenica il clima vacanziero si faceva ancor più burino, per dirla in dialetto romanesco, ché i treni locali vomitavano schiere di “dannati del mordi e fuggi” con i borsoni carichi di pagnotte di pane da oltre un chilogrammo, frittate di uova e spaghetti, lasagne, timballi di riso, “aversane” e parmigiana di melanzane nonché con ombrelloni, sdraio e maxi asciugamano in spalla che venivano posizionati nelle, non di rado e soprattutto dopo il classico acquazzone notturno, mefitiche, perché solcate da rigagnoli di liquami fuoriusciti dai troppopieno fognari, ed affollatissime spiagge libere. Per il pranzo ci si accomodava ai tavoli degli stabilimenti balneari il cui servizio veniva ripagato con l'acquisto di qualche bottiglia di Coca Cola o di Fanta – la mitica “aranciata d' arancia” - ed il rituale caffè di fine pasto. Qualcuno si sparava pur anco l'ammazza caffè ovvero un Amaro Lucano, un Montenegro o, per gli stomaci più forti ed intasati, un tosto Elisir San Marzano prodotto e lanciato con successo, proprio in quegli anni, da un'azienda salentina. Nel tardo pomeriggio il rientro a piedi fin verso la stazione ferroviaria, distante circa un chilometro dal tratto di spiaggia libera più vicino, ove ormai madida di sudore e stanchissima la processione dei “visi pallidi” o “trapper”, per gli spocchiosi locali, prendeva posto in vagoni ferroviari di terza classe e dagli arredi interni, sedili compresi, in duro legno di pino rosso. Superfluo sottolineare che il fenomeno del pendolarismo a mezzo FF.SS. era appannaggio quasi esclusivo di Scauri poiché gli arenili formiani e gaetani troppo distanti dalle locali stazioni ferroviarie. Come e perché è cambiata la mia vita. L'informatica Dopo aver lavorato per tredici anni nell'ex impresa di famiglia – gestivamo una grossa cava di pietra calcareo-silicea in quel di Suio Terme in tenimento del paese di origine della mia famiglia, Castelforte – ho prestato la mia opera, a partire dal 1987, di lavoratore dipendente in vari tipi di azienda. Nella ditta di famiglia avevo ben altro e più complesso ruolo tanto è vero che, pur occupandomi di contabilità, fatturazione, riscossione dei crediti, pagamento dei debiti e rapporti con le banche, mi recavo ogni giorno, sovente ivi comprese le feste comandate e le domeniche, in cantiere, la cava sita in Suio Terme, e non disdegnavo di salire, affiancando gli operatori e laddove se ne presentasse la necessità (il che accadeva puntualmente nel lasso di tempo che andava da aprile a settembre) perché la produzione di pietrisco andava incrementata a seguito di un aumento della richiesta, su un grosso Caterpillar 966 gommato o su un escavatore cingolato che montava al termine del lungo e potente braccio meccanico, che tipicizza queste macchine operatici, in luogo della classica benna rovesciata o frontale, insostituibili nei lavori di escavazione e movimento terra, uno dei primi grossi “martelli” ad olio idraulico importati in Italia dalla Francia. Il che ci svincolò dall'obbligo di utilizzo della dinamite – costoso, delicato e pericoloso – nella produzione di pietrame, per alimentare i frantoi, da grossi massi che pur precipitati da notevole altezza, a seguito del lavoro di sbancamento sui “gradoni”, non si frantumavano. Un lavoro durissimo in condizioni climatiche al limite della sopportabilità ché si spaziava dai meno 5 del periodo invernale ai più 40 del mese di agosto. Si consideri poi che la zona, un paio di chilometri prima dell'insediamento termale vero e proprio e chiamata dai locali “Siberia” a causa del suo caratteristico microclima continentale, è sovente spazzata da un violento vento di tramontana (d'estate più simile ad un caldo favonio) che ci imponeva, operando in un ambiente estremamente polveroso, di sospendere, per motivi di sicurezza e di salute, i lavori. E durava anche tre giorni il bastardo. A partire dal mese di marzo e fino ai primi di ottobre si apriva il cantiere alle ore 6,00 e si chiudeva, in presenza di straordinari (in effetti gli operai “attaccavano” ad orari sfalsati poiché sarebbe stato praticamente impossibile per un qualsiasi essere umano, pur fisicamente a posto e tecnicamente valido, andare al di là delle canoniche otto ore di lavoro) alle 19,00. Lavoro durissimo, dicevo, che gratificava solo da punto di vista economico poiché non vi erano giorni liberi, per noi titolari, e di ferie manco a parlarne. Si restava a casa solo nei giorni di pioggia battente e prolungata, di vento forte, ed a Pasqua, Capodanno e Natale. Ovviamente, ma a che prezzo!, potevo concedermi e permettere alla mia famiglia un tenore di vita niente male ( oltretutto mia moglie era già insegnante di ruolo in Educazione Fisica presso istituti scolastici locali ) ed auto lussuose ma, tanto per dirne una, ho goduto pochissimo dei primi e più belli anni di vita delle mie splendide figlie. Oggi Manuela - laureata brillantemente in ingegneria edile-architettura presso la Sapienza di Roma e non un ateneo “micio micio bau bau”, è regolarmente iscritta all'albo di categoria e – dopo aver rifiutato l'offerta di assunzione da parte di una delle più grosse aziende edili del mondo il che l'avrebbe “costretta”, però, ad un “modus vivendi” da manager e tecnico molto ben pagato ma ... errante per il mondo – svolge, con successo, attività di libera professionista in concorso con un collega, l'Ing. Maurizio Pimpinella, validissimo, preparato nella materia di competenza, tecnico di successo ed appassionato, il che per chi conosce i miei non nascosti vizi non guasta affatto, di “palla a spicchi”. Una vita non da mediano ma da arbitro di pallacanestro ti lascia dentro qualcosa che si chiama passione per uno sport che non ha eguali. L'ingegner Pimpinella – che io chiamo affettuosamente Sua Eminenza (Grigia), e chi vuol intendere intenda! - l'ha fagocitata, io utilizzato e connivente mezzo, sottraendola ad altro validissimo professionista, amico da una vita, che le concesse, fresca laureata, per primo un lavoro qualificato. Tra l'altro il lavorare in loco – e lei, praticamente una biscia d'acqua tanto ama crogiolarsi al sole e guazzare nel mare, è innamorata alla follia ( e non posso non capirla) di questo Golfo – le ha permesso di convolare a nozze con Adelio, un ragazzo eccezionale e verso il quale nutro un affetto pari a quello che nutro per le mie figlie , e mettere al mondo la mia nipotina Michela. E la sua nascita, nel momento in cui butto giù queste note ha 10 mesi, mi ha letteralmente cambiato la vita e mi sta ripagando dei sacrifici fatti e delle “occasioni” perse: lei, la piccola, meravigliosa, splendida, solare, intelligentissima Michela mi sta regalando gioia immensa e “restituendo” i primi anni di vita delle mie figlie che non ho assolutamente vissuto.. Francesca Romana, la mia secondogenita, biondissima dagli occhi color cielo e la pelle al bianco latte così come Manuela è scura di pelle, di occhi e di capelli, mi farà quanto prima un ulteriore regalo: prenderà la laurea in medicina in quel di Napoli, presso la Federico II. Ovviamente il tutto si è avverato ed oggi come oggi anno sempre di grazia, sono nonno anche di un meraviglioso maschietto, Giovanni detto Giògiò. Ritornando a bomba abbandonai il lavoro d'un colpo un po' perché stanco di non vivere la mia famiglia molto perché grosse difficoltà respiratorie e dolori al petto fecero temere che veleggiassi a “latina” spiegata verso la silicosi. Come ho di già scritto la mia azienda lavorava materiale sì calcareo ma contente un'alta percentuale di silice il che, visto che per me inspirare polvere finissima era pane quotidiano, avvalorava la...diagnosi. Poi il male, dieci anni più in là, si dimostrò ben peggiore. Ma questa è un'altra storia che per fortuna sfacciata, per volere divino (più di uno sostiene, giustamente, che il Padreterno non ha voluto che un “cagacazzo” come me raggiungesse l'aldilà prima del dovuto foss'anche come ospite del suo Opposto, agli inferi) e capacità dei professionisti che mi hanno curato - regalandomi, oltretutto, amicizia e disponibilità in quantità industriali: il professor, oggi amico fraterno, Paolo Golino della Federico II in Napoli ed il professor Chiariello della Università di Tor Vergata in Roma – si è conclusa felicemente. Per me. Per chi mi sta attorno nutro, in merito, seri dubbi. Ho ripreso a lavorare già a qualche mese dall'essermi allontanato dalla “Ciorra Roberto & Vittorio” mettendo in pratica non solo l'esperienza accumulata nell'azienda di famiglia ma anche le conoscenze, acquisite e coltivate nei rari momenti liberi, nel settore informatico. E galeotto fu un favoloso “Commodore 64” - super accessoriato con driver esterno per caricare i programmi e per il salvataggio dei dati da e su floppy disk, e stampante bidirezionale per dare forma cartacea alle mie cose - che regalato a mia figlia Manuela di soli otto anni ritornò in via definitiva a me poiché la mia Manu, con la sua straordinaria intelligenza, ben presto si stancò dell'aggeggio e perché lento – ma questo era normale in quanto le applicazioni venivano caricate tramite un registratore a cassette – e perché i giochini di allora, quali il famosissimo “Tetris”, per lei troppo elementari. Fu quella consolle favolosa – ad oggi è l'home computer (vero antenato dei PC attuali) più venduto al mondo con oltre 10 milioni di pezzi e benché produzione e vendita siano cessate nel 1993 vi sono sviluppatori che ancora progettano applicazioni, videogiochi in particolare - che mi avvicinò al mondo dell'informatica e che fece di me quello che sono oggi nel campo specifico e nel ... Web. Geniale macchina che mi portò ad utilizzare bene come pochi i primi PC che andavano colonizzando gli studi professionistici : commercialisti, legali, ingegneristici e via enumerando. A questo punto chi avrà avuto la pazienza di leggere, fin qui, questa sorta di brogliaccio si chiederà cosa centri con l'argomento centrale della...storia questo parlarmi addosso. Si tranquillizzi e porti pazienza: c'entra, c'entra. Eccome! E venne il tempo Di camorra, qui in questo non piccolo lembo della regione laziale, se ne è sempre parlato e nient'affatto sottovoce ma ad essa, i cui due clan più vicini agiscono e risiedono a non più di venti chilometri in linea d'aria dalla riva sinistra del Garigliano, si è sempre guardato con gli stessi occhi di un malato aggredito da neoplasia rara ed inguaribile e che si sottrae al forte desiderio di suicidio, pur in presenza di dolori lancinanti che solo la morfina di sintesi in dosi sempre più elevate riesce a lenire, e continua a lottare perché considera, istintivamente, la malattia come un qualcosa di fisicamente a sé estraneo e che non gli appartiene se non per qualche momento di dolore. Una sorta di cilicio da sopportare cristianamente perché a tutti è imposto accollarsi, e sia pure per qualche minuto, il dolore del mondo. Cristianamente. In altri termini qui da noi si è sempre considerata l'organizzazione come una sorta di isola che non c'è: la si vede, la si sente, la si annusa, a volte la si subisce nelle sue manifestazioni criminali, ma è pur sempre un qualcosa che non esiste se non come fenomeno morganatico. Come un'immagine riflessa, generatasi grazie a particolari condizioni ambientali, di una “cosa” reale ma che solo al di là, verso sud, del corso d'acqua che fa da confine tra Lazio e Campania ha ragione di esistere, ed esiste, perché colà sono presenti tutti i presupposti che le permettono di generarsi e vivere in un continuo mutare ed adattarsi alle situazioni contingenti. E poi la convinzione radicata in tutti, anche quale inconscio mezzo di difesa a costo zero, che in questi luoghi, la costa in particolare, su fino al lido della Città Eterna si debba solo investire e trascorrere momenti lieti, da parte dei boss e dei loro colonnelli, sembra per lunghi anni non smentita dai fatti. La pax mafiosa pare destinata a non essere violata da alcuno perché a tutti fa comodo ed a tutti, in un modo o nell'altro, porta vantaggi. E non solo in termini di denaro ché anche il poter vivere, da semplice pensionato, in un luogo dove la microcriminalità è praticamente assente non è benefit da poco. Ma d'un colpo accade qualcosa, gli equilibri saltano ed alcune figure di secondo piano, stanche di ricevere ed eseguire ordini e desiderose di godere del Potere ad un buon livello ma pur sempre di riflesso, decidono, questa l'analisi più accreditata, di darsi un proprio territorio colonizzandone uno ancora vergine: tutto il sud del Lazio fino al confine nord di quella che storicamente era Terra di Lavoro, ovvero Campania. E furono anni di terrore. Si iniziò, verso la fine degli anni 70, con l'imporre il pizzo a tutte le attività commerciali del territorio da colonizzare ed a praticare il businnes dell'usura con sempre più aggressività ed impiego di mezzi finanziari. Anche le filiali locali dei vari istituti bancari presenti in loco non furono estranee all'estendersi del fenomeno e se non proprio complici almeno conniventi lo furono. Concessero mutui e prestiti a personaggi quanto meno di dubbia moralità; esaurirono i loro badget e non potendo, per tale motivo, concedere nuovi affidamenti o l'ampliamento di quelli esistenti buttarono in molti casi imprenditori onesti ed in crisi di liquidità nelle fauci degli usurai al servizio dei clan camorristici nascenti. Accadde anche che una piccola ma solida banca locale venisse totalmente fagocitata e sottratta, successivamente, al suo fatale destino - che non poteva non concretizzarsi in un fallimento al termine di un penoso e difficile cammino, iniziato imboccando il classico viale tracciato tra due filari di alberi pizzuti - con l'acquisizione, praticamente a costo zero, da parte di un noto istituto bancario di levatura nazionale e nato, secoli addietro, come banco di pegni. Modo, non serve negarlo, per praticare un'usura soft in modo legale. “La zona sud della Provincia di Latina anticamente era parte integrante della Terra di Lavoro, quindi per le comuni origini e affinità culturali città come Fondi, Formia, Gaeta, Minturno, Castelforte e Santi Cosma e Damiano sono sempre state luoghi a tradizionale insediamento camorristico delle cosche della vicina provincia di Caserta. Ciò è in particolar modo avvenuto tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 per svariati motivi. La bellezza delle località turistiche suggeriva ai boss il luogo dove trascorrere le vacanze; trasferirvi i propri familiari lontano dai paesi d'origine soprattutto nei periodi "caldi"; le misure restrittive, come il soggiorno obbligato, applicate nei confronti di affiliati ai clan, non solo campani, che hanno agevolato l'infiltrazione. L'integrazione di questi diversi fattori ha portato alla constatazione che nel territorio del Sud Pontino in quel periodo erano presenti ed operavano le figure criminali di: - Antonio Bardellino ed Ernesto Bardellino, membri della famiglia a capo del clan che sarà egemonizzato dai Casalesi alla fine degli anni '80.; - Alberto Beneduce e Benito Beneduce, capizona di Baia Domizia e Sud Pontino, affiliati storici prima dei Bardellino e poi dei Casalesi, con attività prevalentemente nelle città di Minturno, Formia e Gaeta; - Aldo Ferrucci, originario di Sessa Aurunca, insospettabile imprenditore poi collaboratore di giustizia, che fungeva da prestanome di Bardellino. - Franco Sorvillo, detto “Saragheglio” ed originario di Mondragone, con svariati interessi nell'edilizia e nel commercio a Minturno, Formia e Gaeta unitamente alla sua compagna, Maria Grazia Conte, originaria di Minturno. - Gennaro De Angelis, da Casal di Principe, organico del clan Bardellino e poi dei Casalesi, capo - regime di Cassino. [Interrogatorio di Schiavone Carmine del 28 maggio 1993, pag.20] “ Per anni, come ho già sottolineato, il Sud Pontino fu luogo di pax mafiosa concordata fra i vari clan operanti nella contigua provincia di Caserta: i “Muzzone”, ovvero gli Esposito di Sessa Aurunca, i “Chiuovo”, ovvero i La Torre di Mondragone ed i casalesi in tutte le loro molteplici sfaccettature. Ma i soldati, ben si sa, crescono ed aspirano ai gradi. Alberto Beneduce,, casertano, ed Ettore Mendico, di Castelforte in provincia di Latina, dettero vita a loro clan finalizzati alla “gestione” della Baia Domizia in tenimento di Cellole in provincia di Caserta e del Sud Pontino. E la pax mafiosa andò a donne di malaffare. Iniziarono anche attentati dinamitardi – la filiale del Banco di Santo Spirito a Scauri ebbe le saracinesche scardinate da una bomba ad alto potenziale; un noto e benestante farmacista, sempre di Scauri, fu oggetto, limitatamente alla sua abitazione, di una sventagliata di kalashnikov e messo sotto scorta fino al giorno in cui, causa un cancro, non passò a miglior vita. Gli stabilimenti balneari del comune di Minturno ed alcune aziende del Nucleo Industriale Minturno-Formia-Gaeta finirono sul libro paga dei clan di nuovo insediamento. O perlomeno oggetto delle mire di camorristi. Ma la reazione dei mammasantissima della camorra storica dell’oltre Garigliano non tardò a manifestarsi in tutta la sua cruenta bestialità. I morti ammazzati Nell'ordine i morti, nell’anno di disgrazia 1990, furono: Rosario Cunto, vittima della «lupara bianca», scomparso il 27 aprile ; Alberto Beneduce e Armando Miraglia, i cui corpi carbonizzati furono ritrovati in una Mercedes il primo agosto; Giovanni Santonicola, il corpo fu ritrovato carbonizzato nella sua Mercedes a Spigno Saturnia il 9 settembre, Benito Beneduce, eliminato a Baia Domizia pochi giorni dopo. Su tutti i delitti è stata fatta poi luce. Rosario Cunto, 55enne residente a Santi Cosma e Damiano, svanì nel nulla nelle campagne della frazione Cerri Aprano, la località pontina che confina con la parte bassa della provincia di Frosinone. Era il 27 aprile 1990 quando alcuni passanti trovarono, in zona Ausente, l'Apecar del pregiudicato con le portiere aperte Ma di lui non si trovò traccia. Alcuni cacciatori di Scauri, da par loro, trovarono il corpo di tal “Cuto Cuto”, appartenete ad una nota ed onesta famiglia di macellai di Formia, i Ciccolella, e che faceva da guardaspalle a Franco Sorvillo ed alla sua compagna. Non era raro incontrarlo in un frequentatissimo bar di Scauri, sorseggiava continuamente caffè e giocava a flipper, mentre “Saragheglio”, ovvero Franco Sorvillo, si cimentava in estenuanti partite di poker e telesina nella sala interna del locale. Un sera, “Cuto Cuto” che era notoriamente cocainomane, fu protagonista di un crudele scherzo ai danni di un noto ed accanito giocatore di carte del luogo, tal Pimpinella detto “l’Avvocato”. I carabinieri del reparto operativo di Latina e della compagnia di Formia setacciarono palmo a palmo la zona, senza però riuscire a trovare indizi che conducessero a quell'uomo, Rosario Cunto, e che nessuno ha mai saputo o voluto indicare dove fosse finito. Si ipotizzò un caso di «lupara bianca». E di ipotesi e chiacchiere all'epoca ne furono fatte tante, non ultima quella riguardante alcuni familiari che, subito dopo la sua sparizione, sembra già sapessero cosa fosse toccato al loro congiunto. Di quel personaggio di cui non si è avuta più notizia, da sempre c'è un'immagine sbiadita. Poche le notizie che circondavano l’uomo in forte odore di camorra e sottoposto al regime di sorveglianza speciale che prevedeva la firma in caserma per tre volte alla settimana. Ma quel venerdì 27 aprile 1990 il soggetto non si presentò in caserma per firmare il registro e subito si pensò a qualcosa di grave. Per il presunto omicidio vennero poi emesse ordinanze di custodia cautelare a carico di Antonio Antinozzi, Luigi Pandolfo ed Ettore Mendico, quest'ultimo sia come esecutore materiale che come mandante. I tre erano componenti di un clan camorristico locale, il “Gruppo Mendico”, costola dei Casalesi, operante in tutto il centro-sud della provincia di Latina. L'uccisione di Giovanni Santonicola, che si diceva fosse l’amante della moglie di un noto imprenditore di Santi Cosma e Damiano, sarebbe avvenuta poi in risposta al doppio omicidio di Alberto Beneduce e del giovanissimo Armando Miraglia, originario di Mondragone nel casertano, trovati bruciati nelle campagne di Sessa Aurunca il primo agosto del '90. Del delitto si diceva fosse mandante il clan dei “Chiuovi”, i La Torre di Mondragone, ma il padre della vittima, che ho conosciuto personalmente, era convinto che l’omicidio fosse stato commissionato dai “Muzzone”, gli Esposito, di Sessa Aurunca. Grossa e bellissima cittadina, impregnata di storia perché, tra gli altri luogo natio del filosofo Agostino Nifo, situata anch’essa in provincia di Caserta. Il delitto di Giovanni Santonicola, per anni, è rimasto uno dei tanti assassinii insoluti. A distanza di tempo le prime tre ordinanze di custodia cautelare, a carico di Orlandino Riccardi, Francesco Bidognetti e Michele Zagaria, quest'ultimo latitante. Una domenica pomeriggio del 9 settembre 1990 un passante, che transitava nelle campagne di Spigno, si accorse della presenza di una Mercedes nera bruciata ed avvertì i carabinieri. Sul posto giunsero il maggiore Messina e il capitano Cadile. Nel bagagliaio dell'auto fu trovato il corpo carbonizzato di una persona, poi identificata, per Santonicola, grazie ai lembi di pelle ritrovati intatti e ad una catenina. Santonicola viveva all'interno di una villa di via Stradone, nella piana di SS. Cosma e Damiano. Nativo di Marcianise, in provincia di Caserta, nell'86 si trasferì nel centro del sud pontino. All'epoca dell'omicidio aveva un procedimento penale in corso, per un tentativo di estorsione ai danni di un commerciante della città d’origine. Anche Franco Sorvillo e la sua compagna Maria Grazia Conte, che risiedevano in una lussuosa villa in località Santa Croce in tenimento di Formia, furono fatti fuori nei pressi di Mondragone sempre in Terra di Lavoro. All’epoca dei fatti molti professionisti, non solo imprenditori, furono messi sotto tiro e taluni di essi, pur di non soggiacere al pizzo, preferirono emigrare. Un conosciuto, stimato e giovanissimo medico di Marina di Minturno, molto benestante per famiglia, ed un noto imprenditore di Scauri fecero perdere le loro tracce e si trasferirono chi al nord della penisola e chi nella capitale. Molte attività commerciali passarono di mano mentre molte altre spuntarono come funghi pur non avendo motivo di esistere. Che fossero, queste ultime, delle “lavatrici” di denaro sporco veniva e viene sussurrato da molti. Alla mattanza si vociferava, ma non fu mai provato, che non fosse estraneo anche il clan Moccia, di Afragola – pare non gradisse questa “’ndrina” (per dirla con un termine calabrese) la violazione della concordata “pax mafiosa” - in provincia di Napoli, la cui testa di diamante era, al tempo, la vedova del capo storico dell’organizzazione. La donna pare avesse scelto come domicilio un lussuoso appartamento allocato nel “grattacielo” alle porte di Formia. Rinomata cittadina del Golfo di Gaeta. La prova la riebbi quando, per motivi di lavoro, negli anni novanta mi recavo ad Afragola e Casoria, grosse e caotiche cittadine in provincia di Napoli. Allora collaboravo con un noto studio commercialista di Santi Cosma e Damiano e prestavo assistenza, fiscale, in trasferta. Il primo giorno che mi recai, come già detto, nella cittadina campana di Afragola, invitato a pranzo da un impiegato dell’azienda cui davamo, come studio, consulenza anche informatica, me la cavavo discretamente con i software gestionali, mi apprestai a chiudere lo sportello dell’automobile che avevo parcheggiato nelle vicinanze di una nota locanda, “la Gnoccolata”, del luogo quando Gennaro, il mio ospite, così si chiamava e spero si chiami ancora, mi bloccò con un “stai tranquillo, ma non ti ricordi come è targata la tua macchina? Sereno da queste parti una Mercedes “firmata Littoria”, sottolineò con scontata ironia, non la toccherebbe neppure il Padreterno!”. A quei tempi si vociferava che anche qualche noto politico del luogo fosse fiancheggiatore esterno dei clan ma nulla fu provato e nessuno di essi fu trasferito nell’edificio sito in via Aspromonte a Latina pur avendo intrattenuto, con qualche boss, rapporti di, più o meno legittimi, affari. I clan presero di mira pur anco gli stabilimenti termali di Suio, frazione di Castelforte nota per le sue acque e le sue succose arance e poco distante dalla riva destra del Garigliano. I clan, come dicevo, cercarono di acquisire i più noti ed attrezzati stabilimenti termali ma trovarono pane, durissimo, per i loro denti ché la proprietaria di uno di quei complessi era sorella di un noto magistrato e questi, adito, scatenò una violenta controffensiva alla ricerca del professionista che si diceva fungesse da mediatore tra “volontari” venditori e potenziali acquirenti. Anche il più noto civilista della zona, scaurese purosangue, fu oggetto di una accurata perquisizione domiciliare da parte delle Fiamme Gialle ma ne uscì completamente pulito. Io, quella storia, la vissi in prima persona dato che col noto avvocato collaboravo, gomito a gomito, prima di passare allo studio commercialista di cui sopra. La mattanza finì all’improvviso quando da far fuori, evidentemente, non c’era più nessuno e quando i vertici dei neonati clan - svincolatisi da quelli storici, dei Muzzoni, dei Chiuovo e dei Casalesi - furono tutti azzerati. L’operazione di pulizia “etnica” fu anche accelerata da una marea di arresti messa in essere dalla tenenza dei Carabinieri di Formia guidata dal mitico maggiore Messina. Un vero mastino che camorristi e mafiosi temevano da morire. Aggregato poi alla patrie galere il capoclan dell’unico vero gruppo camorristico indigeno, Ettore Mendico, scoppiò nuovamente la pax mafiosa ed, almeno stando alla voce di popolo che pur sempre voce di Dio è, tutto ritornò alla normalità. Vox populi vox Dei? Evidentemente non sempre è così visto che nel 2007 qualcosa di antico si mosse come conferma l’articolo estrapolato dal portale latinense www.parvapolis.it e pubblicato in data 18 gennaio 2007. Eccolo a seguire: “Minturno. Mafia e Amministrazione: chiesto lo scioglimento del consiglio comunale. Silvio Crapolicchio scrive al Ministro dell'Interno... Criminalità nel sud pontino: il deputato Silvio Crapolicchio, del partito dei Comunisti Italiani, presenta un’interrogazione al Ministro dell’Interno chiedendo di verificare se ci siano i presupposti per un’eventuale scioglimento del Consiglio comunale di Minturno. “Nella provincia di Latina, secondo quanto emerso nelle relazioni semestrali al Parlamento presentate dalla Direzione investigativa antimafia – dice Crapolicchio - operano agguerrite consorterie mafiose come il clan Bardellino, attivo nelle zone di Formia e il clan dei Casalesi, di recente – sostiene il parlamentare – sono stati indagate per abusivismo edilizio 14 persone del comune di Minturno a causa di una maxi lottizzazione di 25.000 ettari nell'area di Monte Ducale”. Silvio Crapolicchio si chiede quindi se ci siano state delle infiltrazioni mafiose anche all’interno del Comune di Minturno e sollecita quindi il Ministro dell’Interno, Giuliano Amato, ad intervenire. La presenza mafiosa è stata valutata con preoccupazione anche nella Relazione conclusiva di minoranza della Commissione parlamentare antimafia della XIV Legislatura, dove si legge testualmente, «A Fondi, Formia e Gaeta, si è registrata la presenza di nuclei affiliati ad organizzazioni campane e calabresi attivi nel traffico di stupefacenti, estorsioni e riciclaggio: i gruppi familiari Bardellino e Tripodo, i Casalesi, i clan casertani Iovine, Schiavone e La Torre; le loro attività illecite nel corso degli anni hanno provocato il progressivo inquinamento del tessuto sociale. Sono stati riscontrati tentativi di condizionare consultazioni elettorali nelle zone di infiltrazioni mafiose in settori della pubblica amministrazione»; il 22 novembre 2004 la squadra mobile di Latina eseguiva diverse ordinanze di custodia cautelare in carcere a carico di soggetti vicini al clan Bardellino, nell'ambito dell'operazione «Formia Connection»; il 24 luglio 2006, secondo quanto risulta dal Messaggero di Latina, il sostituto procuratore di Latina dottor Gregorio Capasso emetteva 18 informazioni di garanzia a carico di altrettanti tecnici e amministratori del Comune di Minturno; la vicenda sopra citata riguardava i lavori per la realizzazione del nuovo parcheggio e per l'ampliamento del cimitero comunale di Minturno, tra gli indagati, per abuso in atti di ufficio e falsità ideologica risultano l'ex sindaco e attuale capogruppo di Forza Italia Paolo Graziano e l'attuale sindaco di Minturno Paolo Sardelli; nell'ambito della sopra citata indagine venivano perquisite le abitazioni di alcuni esponenti politici locali del centro-destra tra i quali spiccavano - secondo quanto riportato dal quotidiano La Provincia del 23 novembre 2004 - l'assessore provinciale di Latina Silvio D'Arco, delegato alle attività produttive e appartenente al Nuovo PSI e il consigliere comunale di Minturno Maurizio Faticosi del Nuovo PSI; le indagini, sempre secondo quanto pubblicato dagli organi di stampa, riguardavano inoltre Michele Grossi, figlio dell'assessore pro tempore alla programmazione e assetto del territorio di Minturno Clemente Grossi dell'UDC; l'imprenditore Nicola Salzillo di San Cipriano D'Aversa il 3 aprile del 2001 veniva ferito alle gambe in via Simonelli in Minturno da un commando, secondo quanto riportato dalla stampa, tale attentato poteva essere la risposta di pressioni estorsive di gruppi camorristi; l'imprenditore Salzillo all'epoca aveva in corso, sempre secondo quanto emerso sulla stampa, appalti con il comune di Minturno; il 25 settembre 1997 venivano arrestati, dai carabinieri del comando provinciale di Latina, A.L.V. ed E.M., secondo i Carabinieri affiliati ai clan dei Casalesi, accusati di estorsione ai danni di un imprenditore e consigliere comunale di Minturno (all'epoca e tutt'ora); il 24 luglio 2006, secondo quanto risulta dal Messaggero di Latina, il sostituto procuratore di Latina dottor Gregorio Capasso emetteva 18 informazioni di garanzia a carico di altrettanti tecnici e amministratori del Comune di Minturno; la vicenda sopra citata riguardava i lavori per la realizzazione del nuovo parcheggio e per l'ampliamento del cimitero comunale di Minturno, tra gli indagati, per abuso in atti di ufficio e falsità ideologica risultano l'ex sindaco e attuale capogruppo di Forza Italia Paolo Graziano e l'attuale sindaco di Minturno Paolo Sardelli; lo scioglimento del consiglio comunale di Nettuno per accertato condizionamento mafioso, con deliberazione del Consiglio dei ministri del 24 novembre 2005, ha confermato come la criminalità organizzata nel Lazio si sia già infiltrata in una amministrazione locale.” Delle infiltrazioni camorristiche nell’estremo Sud Pontino si interessarono anche alcuni parlamentari e fu chiesto lo scioglimento del Consiglio Comunale di Minturno Qui di seguito il testo dell'interrogazione del Sen. Bonadonna. “Al Ministro dell'interno. Premesso che: come emerge dalla relazione inaugurale per l'anno 2007 del Presidente della Corte d'Appello di Roma, "infiltrazioni mafiose, specialmente nei settori degli appalti, della droga e delle estorsioni, persistono, oltre che a Roma, nel Lazio meridionale e, in particolare, nella provincia di Latina e sul litorale laziale rientrante nel circondario di Velletri (Anzio, Nettuno, Ardea e Pomezia); sono state applicate numerose misure di prevenzione personale e sono in corso complesse istruttorie per misure patrimoniali"; risulta all'interrogante dalla lettura di alcuni atti parlamentari della XIV Legislatura che l'infiltrazione delle organizzazioni criminali è stata altresì evidenziata dai tentativi di condizionare consultazioni elettorali nelle zone citate nonché da infiltrazioni in settori della pubblica amministrazione da parte delle consorterie criminali; nel mese di aprile del 2002 i Carabinieri traevano in arresto per estorsione aggravata due giovani casertani ritenuti affiliati al clan camorristico dei Belforte-Mazzacane che taglieggiavano da mesi imprenditori tra Minturno, Castelforte, SS Cosma e Damiano e Scauri; il 22 novembre 2004 la Squadra mobile di Latina eseguiva diverse ordinanze di custodia cautelare in carcere a carico di soggetti vicini al clan Bardellino: si trattava dell'operazione «Formia Connection»; nell'ambito della citata indagine venivano perquisite le abitazioni di alcuni esponenti politici locali del centro-destra tra i quali spiccavano (si veda l'interrogazione parlamentare 4-02117 presentata dal deputato Crapolicchio nella seduta n. 92 della Camera dei deputati del 16 gennaio 2007, in cui si citano l'Assessore provinciale di Latina Silvio D'Arco - delegato alle attività produttive - ed appartenente al Nuovo Psi ed il Consigliere comunale di Minturno Maurizio Faticoni del Nuovo Psi); le indagini riguardavano inoltre Michele Grossi, figlio dell'Assessore pro tempore alla programmazione ed assetto del territorio di Minturno, Clemente Grossi, dell'UDC; il 25 settembre 1997 venivano arrestati dai Carabinieri del Comando provinciale di Latina Antonio La Valle ed Ettore Mendico, secondo i Carabinieri affiliati ai clan dei Casalesi, accusati di estorsione ai danni dell'imprenditore e consigliere comunale di Forza Italia, Angelo Parente, di Minturno (all'epoca e tutt'ora), (si veda al riguardo l'interrogazione 4-10832 presentata dal sen. Occhipinti il 7 maggio del 1998, nella XIII Legislatura); come si evince dal documento sugli assetti societari delle società attive nel settore del ciclo dei rifiuti approvato dalla Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti il 29 marzo del 2000 (nella XIII Legislatura), "la Colucci Appalti S.p.A. ha gestito, sino a tutto il 1997, la raccolta dei rifiuti [nel comune di Minturno (Latina)], per poi essere sollevata dall'incarico a seguito di inadempienze contrattuali, sostituita da una società marchigiana, la Accademia dell'Ambiente Srl. Nel mese di marzo del 1998 tre automezzi della suddetta ditta, a distanza di qualche giorno l'uno dall'altro, sono stati oggetto di attentati incendiari tanto da costringere gli amministratori della Accademia dell'Ambiente a rinunciare all'appalto. La società subentrata alla ditta marchigiana è la SPRA con sede in Napoli, che come si è visto è la società controllata (sino all'estate-autunno 1998) dalla Emas Ambiente (già Colucci Appalti)"; risultano pendenti presso il Tribunale e la Procura di Latina numerosi procedimenti penali riguardanti reati contro la pubblica amministrazione e contro la normativa urbanistica a carico di impiegati, amministratori ed ex amministratori di Minturno;il 24 luglio 2006, secondo quanto riportato da "Il Messaggero" edizione di Latina, il sostituto procuratore di Latina dott. Gregorio Capasso emetteva 18 informazioni di garanzia a carico di altrettanti tecnici e amministratori del comune di Minturno; il 7 novembre del 2006 il quotidiano "Latina Oggi" ha riportato la notizia della richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla dott.ssa Luigia Spinelli, sostituto Procuratore presso la Procura di Latina a carico di diversi amministratori di Minturno, tra i quali spiccavano l'ex sindaco Paolo Graziano ed il consigliere di Forza Italia Angelo Parente, accusati di abuso d'ufficio e violazione della normativa urbanistica per aver rilascio permessi edilizi in un'area sottoposta a vincoli archeologici; sintomatico della grave situazione della legalità nel predetto Comune risulta la richiesta formulata dall'Assessorato regionale all'urbanistica di rivedere le concessioni edilizie rilasciate dal Comune di Minturno dal 1980 ad oggi (secondo quanto pubblicato da Latina oggi il 10 ottobre 2006); risultano in corso indagini della Procura regionale presso la Corte dei conti nei confronti di amministratori di Minturno in relazione ad alcune assunzioni fatte dall'Amministrazione, mentre l'ex sindaco Paolo Graziano, l'attuale sindaco, Pino Sardelli e la Giunta in carica nel 1998, risultano condannati dalla Corte dei conti per danno erariale per aver commesso irregolarità in relazione all'assegnazione di mansioni ad un dipendente comunale; lo scioglimento del Consiglio comunale di Nettuno per accertato condizionamento mafioso, con deliberazione del Consiglio dei ministri del 24 novembre 2005, ha confermato come la criminalità organizzata nel Lazio si sia già infiltrata in una amministrazione locale, si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia al corrente dei fatti sopra esposti e se intenda costituire una Commissione di accesso, in seno al Consiglio comunale di Minturno, al fine di verificare la sussistenza di eventuali presupposti per lo scioglimento del Consiglio comunale, ai sensi dell'articolo 143 del decreto legislativo n. 267 del 2000. Da “Telefree”.it 16 marzo 2007. I morti ammazzati originari del luogo Pure Minturno versò il suo tributo di sangue in termini di morti ammazzati nativi del luogo che lasciò l’amaro in bocca a tutti, o quasi, i minturnesi: gli assassini di Salvatore Rotondo, vigile urbano, e di Sandro Mallozzi detto “Total” perché gestore, di un grosso ed avviato distributore di carburante. Ma perché venne ucciso l’ufficiale dei Vigili urbani nei pressi del Palazzetto dello Sport di Scauri? Inizialmente si era parlato di una sua palese contrarietà nell’autorizzare l’apertura di un mattatoio a Minturno da parte di una famiglia campana ma questa ipotesi non resse. Rotondo non si era piegato al volere dei clan per favorire la gestione del territorio sotto il profilo urbanistico? Anche questo movente fu preso in esame dai Carabinieri dell’allora Maggiore Giuseppe Messina, al punto che Rotondo era stato vittima di alcuni episodi intimidatori come l’abbandono di una testa di un maiale davanti l’ingresso della sua abitazione di Marina di Minturno dove due giovani, successivamente e con il volto travisato da maschere di carnevale, tentarono di ucciderlo. Il vigile che, fuggì in tempo attraverso una finestra, decise di cambiare aria e di andare a vivere in località segreta del nord Italia. Ma, quando tornò a Scauri dopo 15 giorni venne freddato mortalmente. Ad offrire un altro, diverso, movente, fu Carmine Schiavone, l’ex boss del clan dei Casalesi, collaboratore di giustizia passato a peggior vita dopo essere stato, si vocifera, … “infartuato” che disse la sua: Rotondo avrebbe dato fastidio al clan camorristico dei La Torre di Mondragone che avrebbe chiesto aiuto ai Casalesi per eliminare quel vigile urbano che si opponeva allo spaccio di droga sul territorio di Minturno e Scauri. Sul fatto che il mite Salvatore, che ben conoscevo, vestisse i panni da sceriffo antidroga nutro, sinceramente, seri dubbi. Del fattaccio la stampa locale si è occupata a più riprese e quello che segue è a firma di Gianni Ciufo de “Il Tempo”, il quotidiano romano che poi ha poi ha rinunciato alle pagine provinciali per “accoppiarsi” con quotidiani a tiratura locale. “Salvatore Rotondo 14 anni di mistero” Minturno: Sono trascorsi quattordici anni esatti, ma degli autori di quel terribile delitto non c'è mai stata traccia. L'omicidio di Salvatore Rotondo, il sottufficiale dei Vigili Urbani di Minturno, trucidato in una stradina di Scauri da due killer in moto, dopo circa tre lustri, è ancora avvolto nel mistero. Tante indagini, caratterizzate da riscontri, interrogatori e testimonianze, ma gli assassini del "metropolitano" minturnese non sono mai stati assicurati alla giustizia. Era il 13 marzo del 1990, quando Salvatore Rotondo fu ucciso in una stradina situata nelle vicinanze del palazzetto dello sport, con tre colpi di pistola. Era un pomeriggio soleggiato e Rotondo stava percorrendo a piedi quella piccola arteria poca trafficata. Improvvisamente due persone, col volto coperto da caschi, lo hanno affrontato e dopo averlo centrato allo stomaco, lo hanno giustiziato con altri due colpi alla nuca. Per Salvatore Rotondo fu morte istantanea. I due esecutori del terribile delitto fuggirono verso il fiume Garigliano, all'interno del quale furono ritrovati la moto e il casco utilizzati dai due sicari. Quel vigile urbano era un personaggio scomodo, che forse conosceva molti segreti. Andava eliminato e probabilmente la sua uccisione fu decisa a tavolino, ma non nell'immediata vigilia dell'agguato. Infatti Rotondo ricevette segnali inquietanti, che lo avevano indotto a decidere il trasferimento nel nord Italia. Prima si era ritrovato una testa di animale vicino al cancello della sua ex abitazione e quindici giorni prima del drammatico omicidio ci fu un altro tentativo, da parte di degli sconosciuti, andato a vuoto per la pronta reazione della vittima. Due persone, col volto coperto da maschere di carnevale, si erano introdotte nel giardino della sua abitazione a Marina di Minturno, ma il sottufficiale li notò e riuscì a fuggire da una finestra posteriore della villetta. Il giorno successivo raccontò proprio a “Il Tempo” la sua avventura e ci annunciò i suoi progetti di trasferimento al nord. Ma i sicari, oggi ancora impuniti, sono intervenuti prima... Sabatino “O guardiano” Di morti ammazzati eccellenti, qui nel basso Lazio e soprattutto a Minturno, ce ne furono anche altri ed uno di questi, personaggio conosciutissimo in zona per i suoi stravizi, le sue amanti e la storia non certo tranquilla della sua vita inquieta rispondeva al none di Sabatino P. detto “O guardiano” perché, si vociferava, e pare fosse più che certo, gestisse in loco gli interessi dei clan d’oltre Garigliano svolgendo, ufficialmente, funzioni di guardiania presso i cantieri che, grosse, piccole e medie aziende aprivano in zona in occasione dell’aggiudicazione di grossi, medi e piccoli appalti. Qualcuno, persona a lui ai tempi molto vicina, sosteneva che il Sabato, detto Sabatino, più che al soldo dei clan camorristici - che per la verità, e come abbiamo già scritto, propendevano sulla carta per una “pax mafiosa” che assicurasse loro, nella zona appunto, un luogo per trascorrere tranquille vacanze, un rifugio sicuro per i propri familiari in periodi “caldi” e, soprattutto, una zona di investimenti e riciclaggio di denaro sporco – fosse al soldo di caporioni politici locali,ovvero colletti bianchi, che ai più sozzi camorristi avevano ben poco da invidiare. Sabatino aveva avuto una vita non certo da delinquente di secondo piano e le foto, presenti anche sul web, che lo ritraggono a Poggioreale (il carcere inferno di Napoli) con personaggi della camorra di notevole spicco sono molte. Da pregiudicato quale era “O guardiano” non poteva noo accompagnarsi con personaggi del suo “calibro” e, di conseguenza e forse anche per interessi comuni, strinse amicizia con un soggiornante speciale, tal Alfonso Librera, detto “Zi’ Fonzo” (Zio Alfonso), che aveva alle spalle ben due omicidi. Sabatino fu il terzo, quando, a colpi di pallettoni, venne freddato sull’uscio di casa, se la memoria non falla, in località “Atto degli morti” a Marina di Minturno. Le ragioni dell’ammazzamento? Si vociferò di contrasti nella gestione della richiesta di tangenti per conto di clan rivali della camorra campana, la causa vera pare fosse molto molto più banale: ovvero una “affaire” privato legato ad un atto di compravendita di un pezzo di arenile da destinare, more solito, ad una piccola lottizzazione, manco a dirlo, abusiva. “Zi Fonzo” non pagò un caro prezzo per il suo terzo ammazzamento e morì, tranquillamente e dopo qualche annetto di carcere, nel suo letto. Della dipartita di Sabatino nessuno si lamentò, forse neppure i figli, che per anni avevavo patito le violenze da lui perpetrate sulla moglie e su loro stessi al punto che, è certo, il primo figlio fu frutto di una vera e propria violenza carnale. A margine della vicenda, ovvero dell'uccisione di Sabato Peluso, una considerazione circa l'Alfonzo Librera va fatta: ma come ha fatto un soggetto di tale calibro criminale a guadagnare, nello breve spazio percorso da un soffio di vento, a riagguantare la libertà ed a morire, indisturbato, nel suo letto qui a Minturno? Domanda da un milione di dollari? Non credo ed a chi sa la non ardua risposta. L'espansione nel basso Lazio Anche l’enciclopedia web Wikipedia dedica corpose pagine alla penetrazione camorristica nel Sud Pontino ed a seguire ve ne porgo un esempio pur se riporta, in parte, notizie che già nelle pagine precedenti ho annotato La zona sud della Provincia di Latina anticamente era parte integrante della .Terra di Lavoro quindi per le comuni origini e affinità culturali città come Fondi, Formia, Gaeta, Minturno, Castelforte e Santi Cosma e Damiano sono stati luoghi ad insediamento camorristico delle cosche della vicina provincia di Caserta. Ciò è in particolar modo avvenuto tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta per svariati motivi. La bellezza delle località turistiche suggeriva ai boss il luogo dove trascorrere le vacanze; trasferirvi i propri familiari lontano dai paesi d'origine soprattutto nei periodi "caldi"; le misure restrittive, come il soggiorno obbligato, applicate nei confronti di affiliati ai clan, non solo campani hanno agevolato l'infiltrazione. L'integrazione di questi diversi fattori ha portato alla constatazione che nel territorio del Sud Pontino in quel periodo erano presenti ed operavano le figure criminali di: • Antonio Bardellino ed Ernesto Bardellino, membri della famiglia a capo del clan che sarà egemonizzato dai Casalesi alla fine degli anni Ottanta. • Benito Beneduce e Alberto Beneduce detto "a' cocaina"[3], capizona di Baia Domizia e Sud Pontino, affiliati storici prima dei Bardellino e poi dei Casalesi, con attività prevalentemente nelle città di Minturno, Formia e Gaeta. • Aldo Ferrucci, originario di Sessa Aurunca, insospettabile imprenditore attualmente collaboratore di giustizia, che fungeva da prestanome di Bardellino. • Franco Sorvillo, originario di Mondragone, con svariati interessi nell'edilizia e nel commercio a Minturno, Formia e Gaeta. • Gennaro De Angelis, originario di Casal di Principe, organico del clan Bardellino e poi dei Casalesi, capo - regime di Cassino (Interrogatorio di Schiavone Carmine del 28 maggio 1993, pag. 20). Tanta rappresentanza mafiosa era favorita dalla compiacenza della politica locale sulla quale ancora oggi grava più di un sospetto in considerazione dei lavori della Commissione d'Accesso a Fondi e sulla richiesta di scioglimento del suo consiglio comunale avanzata dal Prefetto di Latina. Antonio Bardellino limitò la sua attività a sporadiche apparizioni in quanto era già all'epoca latitante, inseguito da diversi ordini di cattura per estorsione, omicidio e strage. Noto è il summit nel quale il capoclan a Formia, alla presenza di Pasquale Galasso, Giacomo Cavalcanti ed Enzo Moccia, stabilì l'attacco alla masseria dei Nuvoletta a Poggio Vallesana. Il fratello Ernesto rappresentava il braccio operativo che sul territorio concretizzava il rinvestimento dei capitali di provenienza illecita. Infatti, nel 1979 a Formia veniva registrata la Immobiliare Tirreno Sud, di cui erano soci lo stesso Ernesto Bardellino, i fratelli Alberto e Benito Beneduce e Giuseppe Natale. Questa azienda realizzò nella zona di Vindicio, in Via Unità d'Italia, una maxi lottizzazione (SOLEMAR). Altro settore per il riciclaggio del denaro sporco era quello dei locali notturni, e ciò fu accertato già nel 1982 nell'ambito del procedimento penale riguardante il fallimento della società Maurice, proprietaria della discoteca Seven Up, titolare della quale risultava Aldo Ferrucci. Quest'ultimo aveva ottenuto dalla Banca Popolare del Golfo prestiti consistenti, senza però fornire alcuna garanzia: la facilità con cui Ferrucci ottenne liquidità spostò l'attenzione degli inquirenti sui massimi vertici dell'istituto di credito locale che, al termine degli accertamenti investigativi giudiziari, risultò pesantemente infiltrato dalla criminalità organizzata. In sostanza, la banca andò in rovina in quanto aveva "prestato", tra il 1980 e il 1981, 5 miliardi di vecchie lire alla Maurice che, essendo una società espressione dell'economia camorrista, fallì. Lo stabile della discoteca, tra le più famose all'epoca in Italia, finì sotto sequestro nel 1985 nell'ambito dell'inchiesta della Magistratura napoletana sui beni riconducibili ad Antonio Bardellino. Un anno prima il suo direttore, sempre Aldo Ferrucci, venne arrestato dalla Criminalpol di Napoli con l'accusa di far parte del clan Bardellino. Prima dell'altro arresto scaturito da un'inchiesta sul clan Moccia, al quale Ferrucci era anche legato, il locale nel 1986 rimase semidistrutto da un'esplosione (provocata dalla combustione di fuochi artificiali) seguita da un incendio che ne compromise seriamente la struttura; due ragazzi morirono carbonizzati, oltre quaranta i feriti sui cento ragazzi presenti quella sera. La sciagura comportò la fine della discoteca Seven Up, che non riaprì mai più. Le indagini, i sequestri e gli arresti susseguitisi negli anni dimostrarono il legame tra la discoteca e la malavita; prova tangibile di tale relazione arrivò nel 1989 quando la Criminalpol di Napoli venne a cercare il corpo dell'ormai defunto Antonio Bardellino nel giardino dello stabile. Wikipedia. Abbiamo già accennato al fatto che la stampa provinciale e nazionale si è spesso interessata del fenomeno camorristico nel Sud Pontino e degli ammazzamenti anche non eccellenti che ne hanno caratterizzato gli anni dell’espansione. Sempre a seguire alcuni interessanti pezzi. Giustiziato nella cava con due colpi di pistola Santi Cosma e Damiano: Un omicidio inquietante, che ricorda molto da vicino quello del meccanico Andrea Di Marco, avvenuto quattro anni fa. Giacinto Ferrelli, 27 anni di Vallemaio in provincia di Frosinone, è stato trovato ucciso con due colpi di pistola nel vano bagagli di una Tempra Station Wagon. Che si sia trattato di un’esecuzione non sembrano esserci dubbi. Lo stile è quello della camorra e probabilmente l’intenzione dell’assassino (o più verosimilmente degli assassini) era quella di disfarsi del cadavere bruciandolo per rallentare le indagini. Il corpo dello sventurato giovane è stato trovato raggomitolato su se stesso all’interno dell’auto, che aveva la targa Prova, in località Morrone, frazione di Cerri Aprano nel Comune di Santi Cosma e Damiano ai piedi di una delle cave della zona. Sono stati proprio gli operai della cava a dare l’allarme e ad avvertire i carabinieri. Sul posto sono arrivati gli uomini dell’arma di Castelforte, Formia e Latina che hanno provveduto ad isolare la zona con uno stretto cordone che ha impedito a chiunque di avvicinarsi. C’è voluta qualche ora per riuscire a dare un nome a quel corpo irrigidito che non aveva documenti o altri elementi utili alla sua identificazione. Dall’auto, che appartiene ad una concessionaria della zona, si è potuti però risalire alla identità della vittima che era sposato e separato, aveva due figli ed ufficialmente faceva l’operaio anche se recentemente sembra avesse aperto un autosalone con un altro socio. Ma le forze dell’ordine lo conoscevano anche per alcuni precedenti per truffa e ricettazione. Recentemente era stato arrestato nell’ambito di un’indagine su merce acquistata con assegni a vuoto nel Nord Italia e rivenduta nel basso Lazio e in Campania. Le indagini, coordinate dal colonnello Vincenzo Paticchio e dirette dal sostituto procuratore Raffaella De Pasquale, quindi puntano su una esecuzione ordinata da qualcuno a cui il Ferrelli aveva pestato i piedi. Una truffa alla persona sbagliata? Il tentativo di entrare in un giro troppo grosso? Uno sgarro? Difficile dire. Per ora si stanno cercando le persone con le quali Ferrelli aveva avuto rapporti o contatti nelle ultime 48 ore. Nella zona opera la criminalità organizzata campana che tiene le briglie delle varie attività illecite. Gente con la quale non si possono tentare colpi gobbi. Per il momento si attende l’esito dell’autopsia eseguita ieri sera a Latina. Il giovane, il cui corpo presentava segni di violenza, sarebbe morto almeno 24 ore prima del ritrovamento, ucciso con due colpi di pistola. Quindi in un luogo diverso e poi abbandonato nel piazzale sottostante la cava. Fonte “Il Messaggero” 2003. Ecco chi uccise Mallozzi A far scattare un nuovo approfondimento su uno dei principali «cold case» pontini ancora una volta è stato così il fiume di informazioni emerso con il processo «Spartacus». Due gli uomini indicati dai collaboratori di giustizia come responsabili dell'omicidio, Alberto Beneduce, ucciso a sua volta il 1 agosto del 1990 a Sessa Aurunca, e Michele Zagaria, uno tra i principali latitanti dei Casalesi e a luglio condannato in primo grado all'ergastolo per l'omicidio di Giovanni Santonicola, a Spigno Saturnia. Dichiarazioni che sembrano far cadere definitivamente il movente passionale ipotizzato all'epoca dai carabinieri e avvalorare la seconda pista battuta dall'Arma, quella del contrasto tra Mallozzi e Beneduce sulla droga, ma non come avevano pensato i carabinieri per una «soffiata» che aveva portato un anno e mezzo prima all'arresto di Beneduce, ma per una partita di cocaina non pagata da «Total» a quello che era il capozona dei Casalesi. Dario De Simone ha riferito all'Antimafia: «Ho conosciuto personalmente Mallozzi. Mi venne presentato, prima del suo omicidio, ad Ischitella, da Vincenzo Zagaria. Zagaria mi spiegò che costui, unitamente a un certo Natalino di Roma, trafficava in cocaina nel basso Lazio, in società con Michele Zagaria e Alberto Beneduce. Mi spiegò anche che era un morto che camminava, perché da tempo doveva dare dei soldi proprio per una rivendita di una partita di cocaina a Beneduce e Zagaria. Mi disse che Michele Zagaria gli aveva confidato che a breve lo avrebbe ucciso. Dopo l'omicidio, Vincenzo Zagaria mi disse che Michele gli aveva detto di essere stato lui a uccidere Mallozzi». «Mallozzi - ha invece riferito Gianfranco Mancaniello - era un trafficante di stupefacenti che si mise in contrasto con Alberto Beneduce, il quale ne ordinò l'uccisione. Di questo fatto me ne parlò Castrese Di Tora». E per finire Antonio Abbate: «Dell'omicidio Mallozzi me ne parlò Domenico Buonamano (già condannato nel processo «Anni '90» ndr). A detta di Buonamano, che temeva di fare la stessa fine perché amico suo, Mallozzi era stato ucciso da Michele Zagaria e Alberto Beneduce. Io prima di accettarlo (il Buonamano) nel mio gruppo andai a parlare a Casal di Principe con Vincenzo De Falco e lì incontrai anche Michele e Vincenzo Zagaria. Mi fu detto che Buonamano era un bravo ragazzo e non c'erano problemi se volevo tenerlo con me e mi fu fatto intendere che erano stati Michele Zagaria e Beneduce ad eliminare il Mallozzi». Clemente Pistilli “Il Tempo”. Gruppo Mendico, depositate le motivazioni della sentenza Era il 17 luglio scorso quando la Corte d'Assise del Tribunale di Latina, al termine del processo denominato «Anni '90», emise sette condanne, di cui due all'ergastolo, e cinque assoluzioni per il cosiddetto «gruppo Mendico». Ieri sono state depositate le trecento pagine di motivazioni in cui il giudice relatore, Maria Teresa Cialoni, ha spiegato perché i «ragazzi di Castelforte» sono stati considerati un gruppo camorristico, costola dei Casalesi, operante nel centro-sud della provincia di Latina. Una sentenza in cui è stata riscritta la storia del territorio, fatta di contatti con i vertici della camorra casertana, economia «inquinata», estorsioni, gambizzazioni, attentati incendiari e omicidi, divisa in una ventina di capitoli, in cui sono state condensate le testimonianze raccolte nell'alto numero di udienze svolte nel capoluogo pontino. La Corte d'Assise del Tribunale di Latina ha esaminato le dichiarazioni rese da molti collaboratori di giustizia, le verifiche sulla loro attendibilità, le precedenti sentenze che vedono in qualche modo coinvolti gli imputati, ripercorso la storia dei Casalesi, i legami con il territorio pontino, la storia del clan La Torre e la guerra di camorra esplosa negli anni novanta, fino a convincersi dell'esistenza di un gruppo mafioso a Castelforte e SS. Cosma e Damiano, agli ordini dei Casalesi e, in particolare, di Alberto Beneduce e Michele Zagaria. Passando poi alle posizioni dei singoli imputati, i giudici non hanno avuto dubbi sul fatto che al vertice del gruppo vi fosse Ettore Mendico, come da lui stesso confermato nella confessione resa nel marzo 1998, in un periodo in cui aveva deciso di collaborare con la giustizia. Mendico è stato ritenuto un capo con funzioni operative, mentre Orlandino Riccardi è stato considerato il secondo capo, interessato però più all'«aspetto imprenditoriale», la «faccia pulita» del clan, che raccoglieva il denaro frutto delle estorsioni in provincia di Latina, lo portava a Casal di Principe e lì riceveva gli stipendi per i «suoi», due-tre milioni al mese. Il braccio armato di Mendico è stato invece identificato in Antonio Antinozzi, alla luce soprattutto delle intercettazioni ambientali effettuate nelle indagini per l'omicidio del carrozziere Andrea Di Marco, ucciso nel 1997 a Castelforte e per il quale Antinozzi è stato condannato con sentenza definitiva. A disposizione del gruppo sono stati ritenuti Domenico Buonamano, Antonio La Valle e Luigi Pandolfo. Ma cosa ha portato all'assoluzione di Maurizio Mendico, Luigi Cannavacciuolo, Giuseppe Ruggieri, Giuseppe Sola e, per quanto riguarda l'estorsione alla ditta Grassi di Fondi, Luigi Riccardi? In generale un quadro probatorio insufficiente, una serie di indizi che non sono diventati prove certe per dimostrare l'appartenenza al clan o, nel caso di Riccardi, la partecipazione all'estorsione. Per quanto riguarda poi gli omicidi, nessun dubbio per i giudici sul fatto che Mendico abbia ucciso, il 27 aprile 1990 a SS. Cosma e Damiano, il fabbro Rosario Cunto, per vendicare la morte del nonno, ma molti problemi sull'omicidio dell'imprenditore Giovanni Santonicola, commesso a Spigno Saturnia il 9 settembre 1990 e ritenuto dagli inquirenti una vendetta dei Casalesi verso i La Torre, ai quali Santonicola sarebbe stato molto legato, per l'uccisione nell'agosto precedente di Alberto Beneduce. La Corte d'Assise di Latina ha condannato all'ergastolo soltanto Michele Zagaria, alla luce anche delle brutali modalità dell'omicidio, con la vittima bruciata per impedire ai familiari anche di avere indietro il corpo, e non ha ritenuto sufficienti gli elementi raccolti a carico di Orlandino Riccardi. Secondo la Dda di Roma quest'ultimo avrebbe attirato in trappola Santonicola, ma i giudici hanno ritenuto che gli indizi presentati non siano sufficienti per dimostrare la responsabilità dell'imputato. Il quadro ricostruito dall'Antimafia, il movente e la condotta di Riccardi dopo la morte di Santonicola sono stati ritenuti equivoci a tal punto da non consentire di riferire con certezza i fatti all'imputato. Alcuni elementi d'accusa sono stati addirittura considerati ribaltati a favore del pontino. Ora la battaglia appare destinata a spostarsi in Corte d'Assise d'Appello, dove tanto le difese quanto l'accusa avevano già a luglio paventato un ricorso. E c'è anche chi pensa a risarcimenti per ingiusta detenzione. Alla storia non è ancora tempo di mettere la parola fine. Clemente Pistilli “Il Tempo”. Dieci anni di camorra, parla un imprenditore Ieri davanti alla Corte d'Assise del Tribunale di Latina, presieduta dal giudice Raffaele Toselli, a latere Maria Teresa Cialoni, è stato esaminato dal pm della Dda di Roma, Diana De Martino, e dal collegio difensivo, composto tra gli altri dagli avvocati Angelo Palmieri, Enzo Biasillo, Mariano Giugliano e Michelangelo Fiorentino, l'imprenditore Antonio Parente (di Minturno). Il teste ha raccontato di una tentata estorsione subita, negli anni '96-'97, mentre eseguiva lavori di pavimentazione per conto del Comune di Minturno e per la quale è già stato condannato Ettore Mendico. Parente ha ricordato di essere stato avvicinato da Mendico, il quale gli avrebbe detto di dare lavoro a uno degli odierni imputati, Antonio La Valle, ma di non ricordare altro. Il pm De Martino, impegnata a dimostrare che le diverse estorsioni prese in esame non furono episodi slegati l'uno dall'altro ma la prova del tentativo di controllare il territorio da parte dell'organizzazione criminale, ha però subito contestato all'imprenditore che, in passato, aveva parlato anche di minacce, di richieste di denaro da parte di Mendico e di un'aggressione subita ad opera di uomini incappucciati, che lo picchiarono con il calcio di una pistola. Parente ha quindi specificato di non ricordare tali episodi ma di confermare quanto aveva detto in passato. «Se l'ho detto deve essere vero», ha affermato. Sull'aggressione ha poi aggiunto, essendo avvenuta a distanza di un anno dalla richiesta estorsiva, di aver pensato inizialmente che fosse opera dei taglieggiatori ma di non esserne ora tanto sicuro. Problemi, invece, per il collegamento in videoconferenza con un altro pentito, Cesare Tavoletta, affiliato al clan dei Casalesi, che ha iniziato a collaborare con la giustizia nel 2004. Il pentito verrà quindi esaminato nella prossima udienza, il 12 febbraio, insieme ad altre presunte vittime di estorsioni. La lunga istruttoria appare così giunta alle ultime battute, per poi cedere il posto alla requisitoria ed alle arringhe. Undici gli imputati nel processo: Ettore Mendico, Orlandino Riccardi, Antonio Antinozzi, Domenico Buonamano, Luigi Cannavacciuolo, Antonio La Valle, Maurizio Mendico, Luigi Pandolfo, Giuseppe Ruggieri, Giuseppe Sola e il latitante Michele Zagaria. Per gli omicidi sono però imputati soltanto Ettore Mendico, Antonio Antinozzi e Luigi Pandolfo per quello di Rosario Cunto, consumato il 27 aprile 1990 a SS. Cosma e Damiano - per l'Antimafia un caso di «lupara bianca» per vendicare la morte del nonno di Mendico, ucciso il 31 marzo 1961 da Cunto - e Orlandino Riccardi e Michele Zagaria per quello di Santonicola, ucciso il 9 settembre 1990 a Spigno Saturnia - secondo gli inquirenti come ritorsione dei Casalesi per l'uccisione da parte dei La Torre, il 1 agosto sempre del '90, di Alberto Beneduce e Armando Miraglia, assassinati a Sessa Aurunca. Clemente Pistilli “Il Tempo”. In conclusione c’è da rilevare che nel corso di quegli anni terribili qui nel Sud Pontino – a proposito nella zona di Fondi si ebbero anche infiltrazioni di stampo ‘ndranghetista – si ebbero anche episodi cosiddetti minori quali la gambizzazione di un noto politico, sia pure di non alto livello, locale, tale Luigi Caterino detto “Cervone” per i suoi legami con … Cervone politico gaetano di spessore. Il Caterino, di origini mondragonesi, aveva anche due fratelli legati al clan La Torre e si disse che venne gambizzato perché avrebbe cercato di perorare le ragioni del sottufficiale dei vigili urbani minturnesi, Salvatore Rotondo, poi barbaramente ucciso come già narrato in precedenza. Altro episodio minore – citato anche da Saviano Roberto nel suo arcifamoso “Gomorra”- fu quello della presunta estorsione ai danni di un noto comico e regista di origini ciociare, Nino Manfredi, che a Scauri era di casa avendo costruito in zona Monte d’Oro, violentando una natura incontaminata ed unica, due ville che poi alienò. La più bella e da lui abitata con la sua famiglia, quella costruita praticamente sugli scogli adiacenti la bellissima Spiaggia dei Sassolini, venne, se non vado errato, alienata dalla moglie dopo la sua dipartita. Il comico disse dell’episodio anche in RAI, sempre se la memoria non mi falla, ma sulla veridicità dell’accaduto in molti espressero dubbi anche perché, si vociferava, che il nostro eroe godesse di una guardiania costante ed a costo zero perché “accomparatosi” con un notissimo e pimpante “sceriffo” locale collega del tristemente noto, purtroppo per lui, Salvatore Rotondo. Il sottufficiale della polizia locale minturnese fatto fuori, probabilmente, dalla camorra per ragioni mai chiarite. A proposito dell’episodio estorsivo presumibilmente perpetrato ai danni di Saturnino Manfredi, detto Nino, Roberto Saviano alloca, nel suo “Gomorra”, la sontuosa villa dell’attore sul litorale domizio e sostiene che il nostro eroe venne minacciato per farlo allontanare dal tratto di litorale su cui insisteva, ed insiste, il manufatto perché luogo idoneo all’attracco delle imbarcazioni al servizio dei clan. Per traffici non certo leciti. Tutto ciò se ho ben interpretatole pagine, non chiare a mio giudizio, che trattano della vicenda. Ad oggi, e siamo ben oltre l’anno 2.000, la situazione sembra essere sotto controllo, perlomeno nel Golfo di Gaeta, e sempre che non si tratti di una ex novo instaurata pax camorristica. Ed io propendo per questa ipotesi. Pur propendendo per la tesi della “pax mafiosa” ormai restaurata nel basso Sud Pontino non vi è da dimenticare, ed anzi da sottolineare, che su questa martoriata, ma per certi versi felice terra, non solo la camorra ha allungato le sue grinfie ma anche la ‘Nangheta ha fatto la sua notevole parte ché nella piana di Fondi, terra del MOF ovvero del più grande mercato ortofrutticolo europeo, essa ha messo le sue solide radici Senza poi contare che, tutt’ora, facce pulite di appartenenti a note e storiche famiglie camorristiche svolgono tutt’ora le loro lucrose, legittime attività. Ed hanno magioni principesche degne di professionisti di ben altra estrazione ed altri imparentamenti. La mala gioventù Ci fu anche un tempo, in quel periodo penoso e costellato di ammazzamenti ed attentati, che molte delle famiglie vip del luogo, forse per assicurarsi una certa protezione, non disdegnavano affatto che i loro rampolli frequentassero i figli di genitori in evidente odore di camorra, mafia e ‘ndrangheta e fu allora che, probabilmente ponendo fine all’indegno fenomeno, si verificherò un episodio tanto deprecabile quanto eclatante. Il giovane rampollo di una delle locali dominanti famiglie camorristiche, clan dei casalesi, spalleggiato da un gruppo di suoi degni compari venne a discussione, nei pressi di una nota discoteca locale, con i buttafuori del locale. Ne nacque un parapiglia ed il giovin signore di cui sopra – ovviamente si fa per ire si allontanò, unitamente ai suoi bravi al grido: “ve la farò pagare!”. Detto e fatto il losco figurò si ripresentò armato di calibro nove e tentò di gambizzare gi avversari qi qualche tempo prima. Risultato; i proietti non raggiunsero, fortunatamente, i bersagli prefissati ma colpirono una loro vettura nella quale, opportunamente, si erano rifugiati mentre alla guida dell’automobile dei … killer era un giovane locale, incnsurato e figlio di un noto e stimatissimo professionista nativo ed operante in loco.. Anni di indagini, udienze giudiziarie e processi hanno poi portato alla condanna per tentato omicidio dei componenti il commando e del loro autista. Le conseguenze sul piano pratico? Nada, o meno che nada per personaggi già bollati dal marchio dell’infamia, gravi per il giovane complice e l sua famiglia che, si dice, per tirarlo fuori dl tunnel che porta alle patrie galere di via Aspromonte in quel di Latina, dovtte alienare quasi tutto il suo patrimonio immobiliare. Ed a sacrificare, per ovvii motivi poiché è ben difficile combattere su due fronti, una professione foriera, e non solo, di soddisfazioni e lauti guadagni. Tant’è. www.lulu.com www.amazon.com